Per oltre vent’anni, il futuro delle relazioni tra Unione Europea e Turchia è stato interpretato soprattutto attraverso una domanda: Ankara entrerà mai nell’UE? Oggi, con i negoziati di adesione sostanzialmente fermi, quella domanda continua a dominare il dibattito politico, rischiando però di nascondere un processo meno evidente. Mentre l’integrazione politica si è arrestata, quella economica e regolatoria non ha necessariamente seguito la stessa traiettoria.
Nel 2025 gli scambi tra UE e Turchia hanno raggiunto il valore record di 217,6 miliardi di euro. L’Unione rimane di gran lunga il principale mercato per le esportazioni turche e l’unione doganale, in vigore dal 1995, ha prodotto nel tempo un livello di interdipendenza economica difficile da separare dalla più ampia storia dell’avvicinamento turco all’Europa. Ma proprio mentre il processo di adesione perde centralità, nuove politiche europee stanno aprendo altre forme di convergenza.
Il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), entrato nella sua fase definitiva il 1° gennaio 2026, ne offre un esempio significativo. Parte del Green Deal europeo, il meccanismo mira a evitare che gli obiettivi climatici dell’UE incentivino lo spostamento delle produzioni più inquinanti verso paesi con regole meno stringenti. Per alcuni settori ad alta intensità di carbonio, come acciaio, alluminio e cemento, l’accesso al mercato europeo viene quindi collegato anche alle emissioni generate durante la produzione.
Dietro una misura apparentemente tecnica si nasconde una trasformazione politica importante. Per accedere al mercato europeo non conta più soltanto quale prodotto attraversi il confine, ma anche come quel prodotto sia stato realizzato. In questo senso, il confine regolatorio dell’UE comincia a estendersi oltre quello territoriale.
Per la Turchia la questione è particolarmente rilevante. Ankara è infatti tra i principali paesi di origine dei prodotti interessati dal CBAM. Le decisioni adottate a Bruxelles possono quindi modificare gli incentivi delle imprese turche anche senza passare attraverso i tradizionali strumenti del processo di adesione.
La Turchia, tuttavia, non si limita a reagire alle politiche europee. Nel luglio 2025 ha adottato la sua prima Climate Law, creando una cornice legislativa per la transizione climatica e per lo sviluppo di un proprio sistema di scambio delle emissioni. Ankara persegue inoltre un obiettivo nazionale di neutralità climatica entro il 2053. Sarebbe quindi semplicistico interpretare questi sviluppi come il risultato diretto della pressione di Bruxelles.
Più interessante è osservare come obiettivi interni e integrazione economica con l’UE finiscano per rafforzarsi reciprocamente. Un sistema turco di carbon pricing può rispondere alle esigenze della transizione nazionale e, allo stesso tempo, rendere l’industria turca più compatibile con il nuovo quadro europeo. Non sorprende quindi che il CBAM e il futuro mercato turco delle emissioni siano già diventati oggetto di dialogo tra Ankara e Bruxelles.
È a questo punto che il caso turco supera la politica climatica e pone una questione più ampia sul potere dell’Unione. L’espressione Brussels Effect è spesso usata per descrivere la capacità dell’UE di proiettare le proprie regole oltre il proprio territorio grazie alla dimensione e all’attrattività del mercato europeo. Imprese e governi che vogliono mantenere un accesso competitivo a quel mercato hanno infatti forti incentivi ad adeguarsi, almeno in parte, agli standard stabiliti a Bruxelles.
Il CBAM rende questa dinamica particolarmente visibile. L’UE non deve necessariamente imporre le proprie norme perché queste producano conseguenze al di fuori dei suoi confini: è spesso il peso economico del mercato unico a creare il potere negoziale necessario. Quando l’accesso a quel mercato è sufficientemente importante, l’allineamento a determinati standard può diventare una scelta economicamente conveniente anche per attori che restano formalmente esterni all’Unione.
Ne deriva una geografia dell’integrazione europea più ampia di quella disegnata dai suoi confini istituzionali. Attorno all’UE si sviluppano relazioni nelle quali paesi non membri partecipano in misura diversa al suo mercato, adottano parte delle sue regole e cooperano in specifici settori senza essere pienamente incorporati nelle sue istituzioni. Tra membership ed esclusione completa esiste, quindi, un ampio spazio di integrazione selettiva.
La Turchia rappresenta forse uno degli esempi più evidenti di questo spazio intermedio. Non è semplicemente un paese terzo che esporta verso l’Europa: è candidata all’adesione, parte dell’unione doganale e inserita da decenni nelle catene produttive europee. Il CBAM non inaugura dunque la convergenza tra Ankara e Bruxelles, ma aggiunge una nuova dimensione a un rapporto economico e normativo già profondamente strutturato.
È proprio qui che emerge il paradosso. Mentre l’integrazione politica attraverso la membership rimane bloccata, nuovi ambiti continuano a produrre forme di compatibilità e cooperazione. La traiettoria delle relazioni UE-Turchia non può quindi essere letta soltanto attraverso l’avanzamento o l’arresto dei negoziati di adesione.
Questa dinamica dice qualcosa anche sulla posizione dell’UE nell’economia globale. Spesso descritta come un attore geopoliticamente meno incisivo rispetto alle grandi potenze militari, l’Unione dispone di una forma diversa di influenza: la capacità di trasformare la centralità del proprio mercato in potere regolatorio. Norme elaborate per governare l’economia europea possono così contribuire a ridefinire standard, incentivi e scelte produttive ben oltre l’Europa.
Ciò non significa che il CBAM riavvicinerà automaticamente Ankara alla membership, né che la convergenza climatica produrrà una più ampia convergenza politica. Mostra piuttosto che membership e integrazione non sono necessariamente sinonimi. Un paese può restare lontano dall’ingresso nell’Unione e, allo stesso tempo, essere sempre più coinvolto in alcuni segmenti del suo spazio economico e regolatorio.
Il Green Deal rende questa possibilità particolarmente evidente. Nato come progetto di trasformazione dell’economia europea, sta contribuendo a ridefinire anche gli incentivi dei paesi più strettamente connessi al mercato unico. Il confine dell’Europa regolatoria finisce così per estendersi oltre quello dell’Europa istituzionale.
La domanda da porre potrebbe quindi non essere più soltanto se, o quando, la Turchia entrerà nell’Unione Europea. In un’Europa circondata da candidati e partner legati a Bruxelles attraverso forme sempre più differenziate di cooperazione, diventa altrettanto importante chiedersi quanto lontano possa arrivare l’integrazione anche senza adesione.
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L'Autore
Valentina Orbacchi
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Unione Europea Turchia green deal CBAM Brussels Effect