Myanmar: a cinque anni dal colpo di Stato

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  Gaia Recrosio
  06 February 2026
  3 minutes, 42 seconds

Lo scorso 1° febbraio ha segnato un tragico anniversario nella storia del Myanmar: i cinque anni dal colpo di Stato che ha portato il Paese in una guerra civile e nel caos. Dal 2021 la giunta militare al governo del Paese ha perpetuato crimini di guerra e crimini contro l'umanità, cercando di arrivare e mantenere il potere con la forza e con elezioni pilotate. Se è davvero cambiato qualcosa in questi cinque anni, ciò è avvenuto in peggio.

Il coup

Il Myanmar è governato, di fatto, da un esercito dal momento della sua indipendenza nel 1948, ad eccezione di un momento tra il 2011 ed il 2020, un frangente in cui il Paese era guidato da un parlamento democraticamente eletto. Questo breve periodo si è bruscamente interrotto il 1° febbraio 2021, quando le truppe dell'esercito Tatmadaw (“forze armate”) hanno ripristinato velocemente il governo lasciato in sospeso dieci anni prima, arrestando il presidente Myint e il ministro degli esteri e consigliere di Stati, Suu Kyi, premio Nobel per la pace e leader della Lega nazionale per la democrazia (Lnd), partito che aveva vinto le elezioni del 2020, annullate a seguito del colpo. In risposta al golpe sorsero, ma furono subito bruscamente represse, numerose proteste di massa, che portarono ad arresti arbitrari, ma anche torture e violenze. Ad oggi il Myanmar è un Paese frammentato che risente degli effetti politici, economici e sociali della guerra civile in corso: dal golpe, le forze militari della giunta si scontrano duramente con forze militari anti-giunta. Le forze di opposizione hanno sferrato sanguinosi attacchi e operazioni, come l'”Operazione 1027”, che hanno indebolito ulteriormente un già fragile quadro: se da un lato l'opposizione combatte e guadagna terreno, dall'altro il regime cerca di mantenere il potere, in maniera più o meno legittima.

Le elezioni

Tra dicembre 2025 e gennaio di quest'anno si sono tenute le elezioni, ritenute da molti Stati fraudolente e volte meramente a consolidare il potere della giunta: il partito Unione della solidarietà e dello sviluppo (Usdp), sostenuto dai militari, afferma di aver ottenuto quasi il 90% dei seggi alla Camera bassa del parlamento. Un dato che appare ancora più sorprendente quando si apprende che, per Costituzione, già un quarto dei seggi spetta ai militari. Secondo quanto riportato da Human Rights Watch, le elezioni sarebbero servite come “centrotavola” per i tentativi della giunta di smantellare l'opposizione politica e rafforzare il controllo militare, sotto l'egida di una procedura democratica. Molte formazioni politiche di opposizione non sono state ammesse a partecipare alle elezioni e sono state successivamente sciolte, con i relativi leader in prigione. Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Myanmar avrebbe quindi chiesto di annullare i risultati delle elezioni, ritenendole “espressamente indette dalla giunta per garantire una vittoria schiacciante ai suoi successori politici”.


Un disastroso bilancio

Dal colpo di Stato, l'attenzione mediatica rivolta al Myanmar è stata molto scarsa e gli stessi aiuti statali non sono stati particolarmente ingenti e per questo Shayna Bauchner, ricercatrice in Asia di Human Rights Watch, ammonisce: “porre fine a questa crisi richiede una sostenuta pressione internazionale, responsabilità e supporto umanitario, politico e tecnico concreto”. Alcune misure di responsabilità sono state proposte dalla Corte Penale Internazionale e dalla Corte Internazionale di Giustizia, ma rimangono relative alle atrocità commesse dal governo militare precedenti al colpo di stato. Per esempio, la richiesta di mandato di arresto nei confronti del capo dell'esercito, il sergente Min Aung Hlaing, per crimini contro l'umanità deve ancora essere approvata dal giudice: una giustizia che potrebbe verificarsi, ma fatica a farsi strada. Ad oggi, un ulteriore ostacolo al conseguimento della vittoria delle forze anti-giunta riguarda la coesione politica: se l'obiettivo comune è rovesciare la giunta, le tensioni tra le milizie etniche e il National unity government (Nug), formato da ex-rappresentanti del governo del 2020, rischiano di indebolire la lotta contro il Tatmadaw e di creare una forte competizione per il potere che si costituirà una volta conclusosi il regime della giunta. L'evoluzione del conflitto dipenderà in gran parte dalla capacità delle milizie ribelli di unirsi e fronteggiare il regime, per porre fine ad una guerra le cui vittime principali sono sempre i civili.

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Gaia Recrosio

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Diritti Umani

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myanmar #CivilWar elezioni colpo di Stato