Myanmar e il genocidio dei Rohingya: l'apertura del processo all'Aia e la ricerca della verità

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  Valeria Picciolo
  31 January 2026
  4 minutes, 58 seconds

“Questo caso non riguarda questioni esoteriche di diritto internazionale. Riguarda persone reali, storie reali e un gruppo reale di esseri umani: i Rohingya del Myanmar. Sono stati presi di mira per la distruzione.”

È con queste parole che Dawda Jallow, Procuratore Generale e Ministro della Giustizia del Gambia, ha aperto il 12 gennaio 2026 presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) la fase di merito di uno dei processi più significativi del secolo. Al centro del dibattimento, ospitato nel Palazzo della Pace all'Aia, vi è l'accusa di genocidio mossa contro il Myanmar per le violenze sistematiche perpetrate contro la minoranza Rohingya. Un caso storico, non solo per la gravità dei fatti contestati, ma poiché rappresenta uno dei primi casi in cui uno Stato non direttamente leso agisce dinanzi alla Corte internazionale di giustizia in difesa dei diritti di una popolazione, sulla base degli obblighi erga omnes partes della Convenzione sul genocidio, sostenuto da ben 11 nazioni intervenienti, tra cui Canada, Francia, Germania e Regno Unito.

L'estate del 2017

L'apice della tragedia che oggi la Corte è chiamata a giudicare risale all'agosto del 2017, quando l'esercito birmano (Tatmadaw) diede inizio a quelle che definì "operazioni di sgombero" nello stato di Rakhine. Formalmente presentate come una risposta antiterrorismo ad attacchi di gruppi armati Rohingya, queste operazioni si trasformarono rapidamente in una campagna di distruzione indiscriminata.

I dati raccolti dalle organizzazioni umanitarie sono agghiaccianti. Medici Senza Frontiere (MSF) ha documentato la morte di almeno 6.700 Rohingya solo nel primo mese di violenze. Testimonianze e rapporti indipendenti descrivono un quadro di stupri di massa, esecuzioni extragiudiziali e villaggi interi rasi al suolo. Oltre 750.000 persone furono costrette a fuggire oltre il confine, verso il Bangladesh. Attualmente, quasi un milione di Rohingya vive in condizioni precarie nel mega-campo profughi di Cox’s Bazar, dipendendo interamente dall'assistenza umanitaria.

Le radici della discriminazione

Per comprendere la profondità dell'odio che ha alimentato il genocidio, è necessario guardare indietro di secoli. I Rohingya sono un gruppo etnico prevalentemente musulmano che ha vissuto per generazioni nello stato di Rakhine, nel Myanmar a maggioranza buddista. Le prime testimonianze scritte del termine "Rohingya" risalgono al 1799, in un articolo del medico britannico Francis Buchanan-Hamilton, che descriveva i "Rooinga" come nativi dell'Arakan.

Tuttavia, la narrazione ufficiale del Myanmar ha cercato sistematicamente di dipingerli come immigrati illegali dal Bangladesh. Le tensioni si aggravarono durante il dominio coloniale britannico (iniziato nel 1823) e soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i Rohingya rimasero fedeli ai britannici mentre i nazionalisti birmani si schierarono inizialmente con il Giappone.

Il momento di rottura definitiva avvenne nel 1982, con l'approvazione di una nuova legge sulla cittadinanza. Il governo militare riconobbe 135 gruppi etnici "indigeni", escludendo deliberatamente i Rohingya. Da allora, sono diventati ufficialmente apolidi, privati del diritto alla salute, all'istruzione e alla libera circolazione. Cicli ripetuti di violenza mirata, come le operazioni "Dragon King" del 1978 e "Clean and Beautiful Nation" del 1991, hanno preceduto i massacri del 2017, consolidando un clima di impunità che dura da decenni.

La sfida legale: provare l'intento genocidario

Davanti alla Corte, la battaglia legale si gioca sulla definizione di genocidio stabilita dalla Convenzione del 1948, opera del giurista Raphael Lemkin. Il punto cruciale non è solo dimostrare l'atto materiale (uccisioni o gravi danni fisici), ma l'esistenza del cosiddetto dolus specialis: l'intenzione specifica di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto.

Il professor Philip Sands, intervenendo per il Gambia, ha sottolineato come il genocidio non sia un "gioco di numeri". Citando la storia della negoziazione della Convenzione, ha ricordato che anche l'esecuzione di una singola persona, se compiuta con l'intento di distruggere il gruppo, può costituire genocidio. Nel caso del Myanmar, l'accusa ha identificato sette indicatori di questo intento, tra cui l'estrema brutalità, l'uso sistematico della violenza sessuale, la distruzione delle prove e la diffusione di propaganda d'odio deumanizzante.

Mentre il Myanmar continua a difendersi sostenendo la legittimità delle sue operazioni di contro-insorgenza, la comunità internazionale osserva con attenzione. Come evidenziato da Nicholas Koumjian, capo della commissione d'indagine ONU, questo processo stabilirà un precedente fondamentale per come il genocidio viene definito e provato nel diritto moderno.

Il processo all'Aia potrebbe durare anni prima di arrivare a una sentenza definitiva e vincolante. Nel frattempo, la situazione sul campo resta critica: la giunta militare, che ha preso il potere con un colpo di stato nel 2021, continua a governare il Paese, mentre l'ex leader civile e premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi – che nel 2019 difese il Myanmar davanti alla Corte – è ora detenuta dai suoi stessi generali.

Questo caso non rappresenta solo la ricerca di giustizia per le vittime di Tula Toli, Chut Pyin e Maung Nu, ma è un test per l'umanità stessa. Se la Convenzione sul Genocidio non verrà applicata con rigore, le parole scritte nel 1948 rischiano di restare "carta straccia". La speranza dei sopravvissuti, molti dei quali presenti in aula, è che il Palazzo della Pace possa finalmente porre fine a quel ciclo di atrocità e impunità che ha trasformato le loro vite in un incubo senza fine.

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Valeria Picciolo

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Eastern Asia

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