Nigel Farage e il potere politico del risentimento inglese

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  Redazione
  05 September 2025
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A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

Quel che appare costantemente nella politica britannica contemporanea è la capacità del leader politico, Nigel Farage, di mobilitare un diffuso senso di risentimento tra coloro che si considerano inglesi (anziché gallesi, scozzesi o irlandesi del nord).

L'Inghilterra è una delle quattro nazioni che compongono il Regno Unito, insieme a Scozia, Galles e Irlanda del Nord. È la nazione più grande e popolosa, situata nella parte centro-meridionale dell'isola di Gran Bretagna, e la sua capitale è Londra. Il nome deriva dal popolo degli Angli, che si stabilirono nella regione tra il V e il VI secolo.

Seguendo questa strategia populista, Farage è riuscito, in diverse occasioni, a spostare i termini del dibattito politico in guisa che le questioni che gli stanno politicamente più a cuore diventino invece le questioni più pressanti del giorno. La sua sperimentata abilità di trascinare gli altri partiti sul suo terreno propagandistico è una classica storia di successo, di quelle che i politologi chiamano "salienza del problema": egli individua un certo problema, proclama a gran voce che “sarà la nostra rovina collettiva” e propone una soluzione immediatamente allettante per la sua semplicità di comprensione e realizzazione.

L’esempio emblematico

La narrazione politica e manipolatoria di Farage sulla Brexit era che la perdita di ricchezza e influenza britannica, così come la crisi dei servizi pubblici post-austerità da Covid, potevano essere spiegate al meglio con l'indebita influenza e le risorse dovute cedere, quasi spacciate in eredità, all'Unione Europea. In Inghilterra, questa frustrazione non era correlata all'identità nazionale dell’intero Regno Unito, ma solo a quella inglese. Era anche correlata al malcontento per l'unione interna del Regno Unito e alla sensazione che la classe politica britannica stesse distribuendo risorse e influenza ad altri “stranieri” – in questo caso rappresentati dagli scozzesi.

A un decennio dal referendum, gli elettori che si identificano con gli inglesi vengono ora mobilitati con successo sulla base di un nuovo spauracchio: i problemi sociali ed economici nel Regno Unito vengono ancora una volta attribuiti alle modalità con le quali influenza politica e risorse produttive nazionali vengono cedute agli stranieri. Con la differenza che stavolta la colpa di tali mali non viene attribuita né ai burocrati di Bruxelles né agli scozzesi, bensì alle numerose persone che sbarcano illegalmente sul suolo britannico a bordo di piccole imbarcazioni. Tuttavia, anche se la capacità di Farage di mobilitare il malcontento al proprio vantaggio politico rimane ineguagliabile, i 15 anni di ricerca sull'identità nazionale inglese sottolineano che le soluzioni proposte a tali malcontenti – soluzioni solo in apparenza semplici e di rapido ottenimento – nella concretezza realizzativa non si concretizzano oppure funzionano affatto.

L'uscita dall'UE non ha placato il malcontento inglese.

Al contrario, gli ex sostenitori dell'uscita dalla Unione Europea, pur mantenendo il proprio sentimento sciovinista, non sono attualmente soddisfatti del risultato, pur preferendo, spesso con malcelato imbarazzo, di non doverne parlare. Le soluzioni proposte ai mugugni inglesi non hanno funzionato in quanto, fin dall'inizio, erano mal concepite e di fatto impraticabili.

Una Brexit “dura” e soprattutto irrazionalmente "netta" non è mai stata compatibile con l'esistenza di un confine terrestre sull'isola d'Irlanda.

Non sarebbe mai stato possibile costruire uno spazio politico democratico dedicato all'Inghilterra attraverso piccole modifiche alle procedure legislative della Camera dei Comuni, come è stato dilettantisticamente tentato con la semplice introduzione del voto inglese per le leggi inglesi. Allo stesso modo, non sarà possibile salvare il Servizio Sanitario Nazionale o le università rendendo il Regno Unito inospitale per i migranti qualificati dei quali però ha costante ed inevitabile necessità a tutti i livelli del sistema produttivo ordinario ed avanzato della nazione.

L’effetto deleterio

L'impatto dovuto all'adozione della definizione di Farage dei problemi e dei relativi quanto altisonanti spauracchi, e della semplice promessa di riuscire ad affrontarli in modo più efficace, alla prova dei fatti si è rivelato disastroso, prima per il Partito Conservatore e ora per il Labour Party. Il calo del sostegno allo Scottish National Party (SNP) e ai conservatori in Scozia alle elezioni generali del Regno Unito del 2024 viene attribuito in parte alla minore rilevanza nell’ambito della politica istituzionale. Nessuna delle soluzioni proposte per placare le ormai vigorose lamentele inglesi ha mai cercato di citare apertis verbis ed affrontare i problemi nella loro concretezza. Valga come esempio indicativo l'ormai provata esistenza del risentimento degli inglesi per il trattamento riservato all'Inghilterra in seguito alla devoluzione del potere a Belfast, Cardiff e Edimburgo. Nonostante ciò, non si è ancora assistito a una seria discussione sugli accordi post-devoluzione, in modo da offrire agli elettori inglesi la stessa opportunità di plasmare un governo che voglia essere loro proprio, come avviene invece per gli elettori del resto del Regno Unito.

Senza dubbio, questa riluttanza a farlo riflette in parte il duplice ruolo del governo costituzionale del Regno Unito: Esso funge sia da governo per l'intero Stato che da governo per la sola Inghilterra, ma su questioni che sono demandate anche a Scozia, Galles e Irlanda del Nord. In questo guazzabuglio costituzionale, l'impatto distorsivo determinato da tale accordo decisamente bizzarro è aggravato dal fermo rifiuto del governo del Regno Unito di dichiarare esplicitamente quando agisce in qualità di governo del Regno Unito oppure quando risponde alle preoccupazioni inglesi in merito alla politica inglese per migliorare la vita degli inglesi stessi. In effetti, negli ultimi due decenni, nessun parlamentare inglese ha fatto riferimento alla Camera dei Comuni usando la denominazione di "governo dell'Inghilterra" come se si trattasse di qualcosa di realmente esistente.

L’Inghilterra invisibile

Una delle conseguenze più stravaganti degli accordi di governance “asimmetrici” del Regno Unito è che l'Inghilterra viene resa in tal modo giuridicamente invisibile, nonostante rappresenti di gran lunga la parte più grande e popolosa del Regno Unito. Se i governi britannici, di varia estrazione, non sono mai disposti a nominare l'Inghilterra e, anzi, si comportano come se l'esistenza stessa del suo elettorato “inglese” fosse qualcosa di cui vergognarsi, non c'è da stupirsi se coloro che si identificano con gli inglesi sentano poi di avere poca importanza e/o scarsa voce in capitolo. Invece di affrontare seriamente la realtà del sentimento inglese e, sì, del risentimento, sia i governi conservatori che quelli laburisti si sono lanciati in una serie di modifiche costituzionali ad hoc. Hanno giocato a una lunga partita di Tetris costituzionale in cui i piani per la cosiddetta devolution inglese vengono costantemente elaborati e poi rifatti. Questo processo, a sua volta, è diventato il surrogato di una seria riflessione sulla voce politica e sull'influenza nella gestione democratica all'interno dello Stato. I successivi governi britannici hanno preferito dotare l'Inghilterra di strutture meno dirompenti sia per le numerose ed ampie divisioni nella società civile che nelle istituzioni più importanti dello Stato.

Pertanto, l'Inghilterra è stata smembrata in una serie di tasselli delle dimensioni della Scozia, sotto la spinta della devoluzione regionale. Ciò di cui non si parla mai è il fatto che questa sia proprio la soluzione meno popolare tra l'elettorato inglese. Essi, invece, favoriscono ostinatamente un esito (la brexit) che non osano pronunciare col suo nome: insomma, uno spazio politico per l'Inghilterra in quanto Inghilterra...!

Riflessione finale

Gli inglesi sono quindi addolorati e arrabbiati, non perché gli “stranieri” (cioè gli europei) abbiano minato la loro importanza e “rubato” le loro risorse, ma, almeno in parte, perché loro e le loro opinioni vivono un continuo e frustrante ripensamento sugli accordi di governance generale del Regno Unito. E forse questa è un'altra costante della politica confusionaria britannica: i governi britannici trovano di gran lunga più facile affrontare i continui problemi con il demagogo Farage e gli “stranieri” piuttosto che considerare il proprio ruolo nell'alimentare il risentimento inglese per una brexit che finora ha danneggiato enormemente l’economia nazionale ed il ruolo del Regno Unito in Europa.

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