Polarizzazione e depolarizzazione: come sta cambiando la comunicazione politica

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  Chiara Croci
  04 October 2025
  7 minutes, 44 seconds

In un’intervista in collaborazione con Europe Direct Roma Tre, abbiamo discusso di polarizzazione e comunicazione politica con la professoressa Claudia Mariotti, docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche di UniRoma3.

Il 2024 è stato un anno pieno di elezioni a partire da quelle europee che ci hanno coinvolto da più vicino, fino a quelle più lontane - che si sono svolte in Indonesia, Azerbaijan, Pakistan, Iran ma anche a Taiwan - : in un modo o nell’altro tutte le elezioni ci riguardano ugualmente in quanto ognuna può avere un’influenza rilevante sulla comunità internazionale, ma anche sull’opinione politica di ciascuno di noi.

Nel periodo pre-elezioni la polarizzazione gioca un ruolo fondamentale ed è un fenomeno che, in realtà, negli ultimi anni sta cambiando piega: la professoressa Mariotti spiega che prima delle elezioni europee si è registrata una decrescita della polarizzazione da parte delle élites del panorama politico italiano. In un’analisi più approfondita, la professoressa spiega che

  • A destra: il partito che polarizzava di più era la Lega anche se molto meno rispetto ad altre occasioni precedenti. Nonostante il partito scelga ancora spesso la strategia dell’attacco -soprattutto su determinate tematiche -, l’utilizzo del linguaggio incivile è diminuito in seguito alla realizzazione della sua inconvenienza.
  • Forza Italia ha subito un leggero cambio di strategia: polarizza molto meno rispetto ai tempi di Berlusconi. Tajani – che attualmente è uno degli esponenti più influenti del partito - non usa mai un linguaggio incivile.
    Per quanto riguarda Fratelli D’Italia, Giorgia Meloni preferisce sia il partito a fare gli attacchi diretti, evitando però il linguaggio incivile. Anche questo partito polarizza meno rispetto al passato e lo si era notato già a partire dalle elezioni presidenziali del 2022: considerando la legge elettorale italiana che premia le coalizioni, le sorti governative erano prevedibili quindi Giorgia Meloni optò per una polarizzazione più blanda e basata sull’ “attacco indiretto” (ossia l’accusa di essere attaccati da parte degli altri partiti e la conseguente necessità di difesa).
  • I tre principali partiti di destra - essendo al governo e avendo quindi la consapevolezza del riscontro delle proprie parole a livello internazionale - hanno quindi polarizzato meno in occasione delle elezioni europee del 2024.
  • A sinistra: la polarizzazione si registra soprattutto da parte dei partiti più estremi. Il Movimento 5 Stelle, spiega la professoressa, sicuramente polarizza più del PD che invece tende a polarizzare soprattutto su specifici issues, ma senza attaccare in modo incivile: il PD è, d’altronde, un partito mainstream e questo spiega perché non ritengano necessario investire nella polarizzazione.

Ma per comprendere meglio a cosa ci si riferisca quando si parla di polarizzazione e per individuare gli elementi che determinano e influiscono sulle strategie adottate da ciascun partito è necessario approfondire il significato del concetto stesso di polarizzazione.

La professoressa Mariotti specifica che è fondamentale distinguere le sfumature interne al termine: da un lato la polarizzazione ideologica - studiata in principio dal politologo italiano Sartori – può essere associata alla distanza tra i partiti nei sistemi politici che nel passato si calcolava sull’asse destra-sinistra.
“Oggi si fa più fatica a trattare la politica da questo punto di vista”, sottolinea la professoressa, quindi la polarizzazione tende a spostarsi piuttosto sulle issues, sulle politiche pubbliche: ci si concentra su quanta distanza c’è sia tra le elites, sia tra i cittadini rispetto ad una certa politica.
Si tratta, però, di una polarizzazione percepita (che potrebbe tramutarsi anche in una falsa polarizzazione): quando si confrontano le percezioni direttamente con le posizioni dei politici si nota che spesso i cittadini hanno una percezione esagerata.

Dall’altro lato, si parla di polarizzazione affettiva: correlata ai sentimenti, ha radici negli studi psicologici e consiste nel fatto che il sentire comune positivo verso un partito porta a sviluppare un sentire negativo nei confronti dei partiti che sono “altro” rispetto al proprio.

La polarizzazione dipende spesso da come si polarizza: in letteratura agli albori dei social, le elites che usavano un linguaggio nettamente incivile tendevano ad avere più engagement. Nel lungo periodo, al contrario, questa scelta è diventata controversa, e in alcuni casi controproducente, allontanando molti dei propri elettori.

Ma quindi chi sono gli attori più influenti in termini di polarizzazione e depolarizzazione?

I media : non sono da intendersi unicamente come social media, quest’ultimi sono disintermedianti, portano ad un rapporto diretto tra cittadini ed elites. Tuttavia, non tutti si documentano solo sui social media o spesso lo fanno dalle pagine social dei media tradizionali. Quindi i giornalisti hanno una grande responsabilità, per esempio “cercando di non creare un titolo che porta al click facile”, specifica la professoressa, “e che poi in realtà ha un contenuto neutro”.
Per molto tempo, diversi studi hanno sostenuto che i social media che permettono di comunicare con pochi caratteri e frasi d’effetto tendevano a polarizzare più facilmente. Adesso gli studi si sono raffinati e sostengono che i social media non sono necessariamente uno strumento polarizzante, ma dipende dall’ uso che ne viene fatto. X, per esempio, è una piattaforma usata da non moltissimi: tendenzialmente si tratta di persone informate e con una conoscenza personale ampia, ma non si tratta di una piattaforma che raccoglie il grande pubblico.
Recentemente, i politici si spostano soprattutto su Instagram e TikTok, piattaforme che danno ancora meno spazio alle parole: si tratta di un’ulteriore dimostrazione del fatto che dipende sempre dal linguaggio che si sceglie e dall’uso che si fa delle piattaforme.

Le elites politiche stesse giocano un ruolo fondamentale: anni fa, negli Stati Uniti e successivamente anche in Europa con l’ascesa dei populismi, si è iniziato a comprendere che la polarizzazione poteva essere vantaggiosa dal punto di vista elettorale. Le posizioni centriste erano già presidiate dai partiti tradizionali, solidamente ancorati a visioni e programmi consolidati. Questo ha spinto molte forze politiche a spostarsi verso posizioni più radicali, innescando una dinamica ben visibile:

fuga verso gli estremi → aumento della polarizzazione → crescita del linguaggio incivile.

All'inizio, questo linguaggio più duro veniva percepito come efficace, soprattutto per generare engagement e mobilitare gli elettori attraverso i social media.
Oggi, però, qualcosa sta cambiando. Ci si rende conto che non tutta la polarizzazione è utile, e anzi può diventare dannosa, sia per il clima democratico sia per l'efficacia elettorale a lungo termine.

È per questo che si iniziano a sperimentare strategie di depolarizzazione. Un caso interessante proviene proprio dagli Stati Uniti dove sono stati condotti esperimenti in cui due candidati avversari compaiono nello stesso spot elettorale, una pratica inusuale nel paese. In questi video, i candidati riconoscono con rispetto le loro differenze su alcuni temi, mantengono un tono civile e non conflittuale, comunicano l’idea che il confronto può avvenire senza aggressività. I risultati di questi esperimenti mostrano che questo tipo di comunicazione contribuisce a depolarizzare l’elettorato, dimostrando che il tono del dibattito politico ha un impatto reale sulla percezione pubblica. Molto dipende dalle loro scelte comunicative: rinunciare agli attacchi personali, adottare un linguaggio più rispettoso e uscire dalla logica della contrapposizione può aprire la strada a un confronto più sano e costruttivo.

Sorge spontanea la domanda: facendo spesso leva sulle dinamiche “noi vs loro”, non si rischia di dare quasi più vantaggio al “loro” nei discorsi politici?

La professoressa conferma che il rischio può esserci, ma la differenza è riconducibile al sistema elettorale: negli USA, il sistema bipartitico è unico al mondo e la dinamica “us vs them” risulta evidente a prescindere.

Gli Stati Uniti sono un paese in cui la polarizzazione continua a crescere, alimentata da profonde divisioni culturali che si stanno ampliando sempre di più. La polarizzazione è talmente radicata da non penalizzare chi la alimenta, mentre può mettere in difficoltà chi tenta di imitarla senza averne una credibilità storica o una base ideologica coerente. In questo contesto, attaccare l’avversario politico non comporta particolari conseguenze negative, anzi: per alcuni partiti è diventata una strategia consolidata. È il caso del Partito Repubblicano, che nel corso degli anni si è spostato sempre più verso posizioni estreme e non ha esitato a sfruttare la polarizzazione a proprio vantaggio. Al contrario, i partiti meno abituati a usare toni polarizzanti rischiano un “backlash”, ovvero una reazione negativa da parte dell’opinione pubblica o del proprio elettorato, se decidono improvvisamente di adottare uno stile comunicativo aggressivo o divisivo.

Nell’Unione Europea è diverso; il trend della polarizzazione non è lineare, in alcuni paesi continua a crescere, ma in altri diminuisce.
Il problema è che laddove la polarizzazione cresce, anche il rischio di minare lo spirito democratico aumenta: "La democrazia si fonda sul riconoscimento dei limiti del proprio potere, sulla negoziazione, sul compromesso e sulla discussione" – afferma la professoressa Mariotti.
Tuttavia, la polarizzazione mina questi principi, poiché tende a escludere il compromesso tra le élite politiche, rendendo sempre più difficile il dialogo costruttivo.

Questo processo indebolisce la coesione democratica, che invece, per potersi mantenere solida e vitale, ha bisogno di accompagnarsi a dinamiche di depolarizzazione.

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L'Autore

Chiara Croci

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Società

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