Nella notte del 28 luglio 2025, Thailandia e Cambogia hanno siglato un cessate il fuoco immediato e incondizionato, ponendo fine a cinque giorni di sanguinosi scontri lungo il confine che hanno provocato almeno 35 morti e costretto al rifugio oltre 200.000 civili.
L’accordo è stato raggiunto alla fine di una trattativa di quasi tre ore a Putrajaya, ospitata dal Primo Ministro malese Anwar Ibrahim in qualità di presidente di turno dell’ASEAN. Hanno partecipato il Premier ad interim thailandese Phumtham Wechayachai e il Primo Ministro cambogiano Hun Manet.
L’intesa prevede anche un meccanismo congiunto per monitorare il rispetto della tregua e incontri tra vertici militari, ministri della Difesa ed Esteri, oltre alla costituzione di un comitato di frontiera previsto per il 4 agosto. Le parti hanno espresso gratitudine per l’intervento diplomatico dell’ASEAN, la mediazione di Malaysia, nonché la pressione esercitata dagli Stati Uniti—con il presidente Donald Trump che attribuisce la riuscita dell’accordo al suo coinvolgimento—e la partecipazione della Cina.
Origini e radici storiche del conflitto
Il confronto attuale affonda le sue radici in dispute territoriali ereditate dall’epoca coloniale francese. Il tracciato del confine, lungo oltre 800 km, fu stabilito con il trattato franco-siamese del 1907, che assegnò alla Cambogia una vasta porzione di territorio, comprendendo anche il tempio di Preah Vihear, incuneato in un’enclave contesa e diventato simbolo di tensione tra i due paesi. Nel 1962 la Corte internazionale di giustizia confermò la sovranità cambogiana su Preah Vihear, decisione che innescò proteste e malcontento a Bangkok, la quale non riconosce la giurisdizione della Corte.
La disputa riesplode negli anni duemila: dopo che la Cambogia ottenne l’inclusione del tempio nell’elenco UNESCO nel 2008, la Thailandia contestò il territorio attorno all’area. Successivamente, tra il 2008 e il 2011, scontri armati episodici hanno causato decine di vittime: nel 2011, ventotto persone persero la vita in combattimenti intorno a Preah Vihear, costringendo le truppe a ritirarsi dopo pressioni diplomatiche.
L’escalation dell’estate 2025
Nel maggio di quest'anno, le tensioni si riaccendono con l'uccisione di un soldato cambogiano ucciso al confine da un militare thailandese. Il mese seguente è invece caratterizzato da uno scandalo: la Corte Costituzionale thailandese aveva sospeso Paetongtarn Shinawatra dalla sua posizione di Primo Ministro. La decisione era arrivata dopo la diffusione di un audio in cui la premier discuteva al telefono con l'ex Primo Ministro cambogiano Hun Sen: nella conversazione, Paetongtarn è apparsa eccessivamente deferente, chiamando Hun Sen "zio" e assicurandogli che si sarebbe "presa cura" delle sue necessità. Inoltre, in un altro passaggio, sembra abbia screditato l'operato di un comandante militare impegnato in operazioni di pattugliamento al confine, parole che hanno scatenato immediate proteste a Bangkok.
Infine, il conflitto recente è esploso nella mattinata del 24 luglio 2025 nella zona del tempio di Ta Muen Thom, tra la provincia thailandese di Surin e quella cambogiana di Oddar Meanchey. Ancora oggi non è chiaro chi abbia aperto il fuoco per primo: Bangkok accusa le truppe cambogiane di aver utilizzato droni e razzi e di aver invaso il territorio, mentre Phnom Penh sostiene di aver risposto a un’aggressione non provocata.
Gli scontri, caratterizzati dall’uso di artiglieria pesante, si sono rapidamente estesi su diversi punti del confine, coinvolgendo anche aree turistiche e luoghi culturali contesi, causando decine di vittime civili e portato a evacuazioni di massa. Il lungo contenzioso ha quindi spinto sia il governo thailandese che quello cambogiano a richiamare i propri ambasciatori e a chiudere i valichi di frontiera. Allo stesso modo, l'intensità del conflitto ha richiamato l’attenzione dell’ASEAN, dell’ONU, degli Stati Uniti e della Cina, tutti impegnati nel sollecitare una de‑escalation.
L’accordo del 28 luglio rappresenta un passo cruciale verso la distensione e il ritorno alla stabilità regionale, ma resta fragile. La pace vigente dovrà essere consolidata attraverso il dialogo istituzionale e il rafforzamento di canali diplomatici, per restituire fiducia alle comunità di frontiera devastate dal conflitto. Nonostante il cessate il fuoco, il rischio di nuove tensioni permane finché le cause profonde—legate all’identità, alla memoria storica e alla sovranità territoriale—non saranno affrontate con risposte condivise e sostenibili.
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