USA-OMS ai titoli di coda

Washington ufficializza l’uscita dall’Organizzazione mondiale della sanità e per l’ONU la sicurezza globale si fa ancor più fragile

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  Francesco Oppio
  30 January 2026
  2 minutes, 58 seconds

Nella giornata del 23 gennaio gli Stati Uniti hanno cessato di far parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS; WHO nella dicitura inglese), liberandosi dai suoi vincoli e portando a compimento un iter avviato un anno fa con la firma dell’ordine esecutivo da parte del presidente americano Donald Trump, a poche ore dal suo ritorno alla Casa Bianca. Per la prima volta nella sua storia, l’istituto specializzato dell’ONU dice addio ad uno dei suoi membri fondatori. Un’uscita di scena annunciata da Trump già nel 2020, nel corso del suo primo mandato e in piena lotta contro la pandemia globale, a causa del presunto fallimento delle strategie attuate dall’Organismo nel contenimento del coronavirus.

Questa volta l’amministrazione americana è andata fino in fondo, e, nelle parole del segretario alla Salute e ai servizi umani Robert Kennedy, le motivazioni si riallacciano alle “immani sofferenze” che le “inefficienze dell’OMS” sarebbero costate al popolo americano durante e dopo la crisi sanitaria del 2019. Questa uscita di scena, si legge nella nota congiunta che Kennedy ed il segretario di Stato, Marco Rubio, hanno pubblicato nel portale del Dipartimento della Salute e dei servizi umani, mira a “porre rimedio” ai danni prodotti dall’Agenzia ONU a sfavore dei cittadini americani. Danni che i due ministri attribuiscono ad un’agenda sempre più “politicizzata” dell’Organizzazione, “dettata da nazioni ostili agli interessi americani”, un’agenda che avrebbe imposto all’OMS di non condividere tempestivamente “informazioni critiche che avrebbero potuto salvare vite americane”, tradendo così il suo scopo fondativo.

Nata nel 1948 con l’obiettivo principale di conseguire il raggiungimento da parte di tutte le popolazioni del più alto livello di salute fisico, sociale e mentale possibile, con Washington ormai fuori dalla porta, l’Organismo non perde solo uno dei membri istitutivi, ma bensì il suo principale finanziatore, che nel bilancio del 2023 era arrivato a pesare ben mezzo miliardo di dollari, a fronte dei 2.8 miliardi provenienti dal resto del mondo. La chiusura dei rapporti con la Casa Bianca arriva in un momento di grande criticità per l’Organizzazione, in cui il direttore generale Tedros Ghebreyesus ha intimato ai Paesi membri di incrementare il budget di almeno 1.5 miliardi per fronteggiare “crisi sanitarie senza precedenti”. Nell’annuncio Ghebreyesus ha espresso il “rammarico” per la decisione della nuova amministrazione a stelle e strisce, definendo “inesatte” le parole rilasciate dal Dipartimento della Salute Usa e augurandosi che la partnership tra l’OMS e gli Stati uniti possa continuare sottoforma di un “dialogo costruttivo” favorevole al “benessere ed alla salute di milioni di persone”.

Se Trump esulta per il mantenimento di una di promessa di vecchia data fatta ai suoi elettori, Unione Europea e Cina esprimono preoccupazione per un forte rischio di indebolimento nella sfera della cooperazione sanitaria, seguite a ruota dall’ONU che, tramite la voce del segretario generale Antonio Guterres, afferma che “solo rafforzando il multilateralismo sarà possibile affrontare le pandemie del prossimo futuro”. Una posizione ripresa anche dallo studioso americano Lawrence Gostin, specializzato in diritto della salute pubblica, che valuta la mossa di Trump come un “grave errore sanitario e strategico”. Rinunciare alle “capacità di coordinamento globale dell’OMS”, conclude Gostin, significa “lasciare gli americani e il mondo maggiormente esposti alle crisi sanitarie all’orizzonte”.

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Francesco Oppio

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