Molto spesso siamo invogliati a comprare vestiti nuovi: li vediamo belli, di tendenza, economici nei negozi low-cost e, se dopo poco tempo non ci piacciono più, possiamo sempre restituirli o buttarli via.
Così siamo caduti nella trappola della fast fashion, la moda veloce che fa uscire collezioni sempre diverse in brevissimo tempo a basso prezzo e di solito di qualità al di sotto delle aspettative. Vogliamo capi nuovi da mettere per poco tempo e, puntualmente, veniamo accontentati con abiti che sembrano belli ma che, dopo pochi lavaggi, sono da buttare.
In teoria la fast fashion viene descritta come un “un approccio al design, alla creazione, alla vendita dell’abbigliamento che enfatizza la necessità di rendere i fashion trend disponibili ai consumatori in maniera veloce ed economica”. Tuttavia, nella pratica si traduce in moda spesso realizzata con coloranti tossici molto dannosi sia per la salute che per l’ambiente. Quando questi capi vengono smaltiti, le sostanze pericolose che li compongono si riversano negli ecosistemi più fragili, inquinando il suolo, l’acqua con microplastiche e, nel lungo periodo, anche l’aria che respiriamo.
Negli ultimi anni la moda è diventata un grande business: conta più la quantità venduta che la qualità. Ha prevalso il modello “see-now-buy-now", consistente nell'acquisto di un capo non appena lo si vede, non importa dove ci si trova. Passando davanti alle vetrine di un negozio di fast fashion, il consumatore trova sempre qualcosa di nuovo e viene spinto ad acquistare di continuo.
Del resto, il mercato corre sempre più veloce: nuove collezioni vengono lanciate senza sosta, i materiali impiegati sono sempre più inquinanti e carichi di sostanze chimiche nocive. I consumatori cercano capi a prezzi stracciati, ma dietro quell’apparente convenienza si nasconde un disastro ambientale e sociale: natura devastata e lavoratori sfruttati, spesso a rischio per la propria salute.
Il lato oscuro risiede nel fatto che la fast fashion non rispetta né l’ambiente né gli animali. Sversamenti di coloranti e sostanze tossiche avvelenano interi territori, mentre il consumo globale di vestiti ha raggiunto numeri spaventosi: 80 miliardi di capi prodotti ogni anno, la maggior parte dei quali indossati pochissime volte prima di diventare rifiuti. Negli anni ’90 acquistavamo quattro volte meno abiti di oggi. Nei Paesi occidentali, in media, una persona utilizza solo il 70% dei capi del proprio guardaroba e produce 70 kg di rifiuti tessili l’anno. L’industria tessile da sola genera il 5% dei rifiuti globali, gran parte dei quali non biodegradabili (poliestere, nylon, acrilico sono pur sempre plastiche). A peggiorare la situazione, molti di questi scarti vengono esportati nei Paesi in via di sviluppo, dove finiscono in grandi discariche, spesso abusive.
Il grandissimo impatto sull’ambiente rende quelle aree dove vengono confezionati gli abiti che poi andranno ad alimentare l’enorme catena di fornitori della fast fashion luoghi da incubo in cui vivere anche per gli esseri umani. La situazione è a dir poco drammatica, con intere aree che vengono deforestate per fare posto a nuove fabbriche e i tanti rifiuti che vengono scaricati nella natura con danni gravissimi per l’ecosistema.
Basta pensare che “nel mondo oggi acquistiamo circa 80 miliardi di nuovi capi d’abbigliamento ogni anno: 4 volte di più rispetto a quanto consumavamo negli anni 90. Acquistiamo di più, usiamo il capo qualche volta per poi stancarci e gettarlo via: ad esempio nei paesi occidentali in media ogni persona porta solo il 70% dei capi che ha nel guardaroba e produce 70Kg di rifiuti tessili l’anno. I rifiuti provenienti dall’industria tessile rappresentano il 5% dei rifiuti globali. L’impatto sull’ambiente di questo comportamento è significativo sia in termini di rifiuti non degradabili (fibre come poliestere, nylon e acrilico sono plastiche) che di sfruttamento delle risorse quali energia, prodotti chimici e acqua impiegati nella produzione” e molti di questi rifiuti finiscono nei Paesi in via di sviluppo dove un po’ vengono riutilizzati e in larga maggioranza vengono buttati in grandi discariche spesso abusive.
Come menzionato in breve precedentemente, a tutto questo si aggiunge il dramma dello sfruttamento dei lavoratori, compreso il lavoro minorile. La produzione è infatti delocalizzata in Paesi dove non esistono tutele efficaci, e operai – spesso anche bambini – lavorano in condizioni insalubri, con salari miseri e scarsa sicurezza.
In conclusione, se vogliamo fermare la fast fashion, dobbiamo cambiare il nostro approccio: comprare meno, ma meglio. Scegliere abiti di qualità, realizzati per durare nel tempo, anche se più costosi. Un gesto che rappresenta un investimento non solo nel nostro guardaroba, ma soprattutto nella salute del pianeta e nella nostra.
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L'Autore
Valeria Fraquelli
Mi chiamo Valeria Fraquelli e sono nata ad Asti il 19 luglio 1986. Ho conseguito la Laurea triennale in Studi Internazionali e la Laurea Magistrale in Scienze del governo e dell’amministrazione presso l’Università degli Studi di Torino. Ho anche conseguito il Preliminary English Test e un Master sull’imprenditoria giovanile; inoltre ho frequentato con successo vari corsi post laurea.
Mi piace molto ascoltare musica in particolare jazz anni '20, leggere e viaggiare per conoscere posti nuovi ed entrare in contatto con persone di culture diverse; proprio per questo ho visitato Vienna, Berlino, Lisbona, Londra, Malta, Copenhagen, Helsinki, New York e Parigi.
La mia passione più grande è la scrittura; infatti, ho scritto e scrivo tuttora per varie testate online tra cui Mondo Internazionale. Ho anche un mio blog personale che tratta di arte e cultura, viaggi e natura.
La frase che più mi rappresenta è “Volere è potere”.
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