Il Sahara Occidentale: una decolonizzazione non ancora compiuta

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  Giovanni Graziano
  22 ottobre 2025
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Il Sahara Occidentale è una regione dell’Africa settentrionale generalmente trascurata dai manuali di storia e la cui complessa situazione geopolitica è poco conosciuta, nonostante si tratti di un caso di decolonizzazione promessa nella seconda metà del secolo scorso ma non ancora compiuta.

La colonizzazione del Sahara Occidentale da parte di potenze straniere risale al 1884-1885, quando si tenne la conferenza di Berlino e il territorio venne ceduto alla Spagna, interessata alla regione soprattutto per una questione di prestigio internazionale piuttosto che di sfruttamento economico: all’epoca, infatti, non si sapeva ancora quanto ricca fosse la regione in termini di risorse naturali, soprattutto fosfato. Proprio per questo motivo, la colonizzazione spagnola inizialmente non era particolarmente opprimente, ma garantiva margini di libertà piuttosto ampi alle tribù Sahrawi. Tra gli anni 30 e gli anni 60 del ‘900, invece, si diffuse una maggiore consapevolezza riguardo la potenzialità economiche del territorio, che è stato definito dalla Banca Mondiale la regione più ricca del Maghreb in termini di risorse naturali. Ciò rese la Spagna di Francisco Franco sempre più restia a rendere il Sahara Occidentale partecipe del processo di decolonizzazione che tra gli anni ’50 e gli anni ’70 del XX secolo coinvolgeva quasi tutte le colonie degli imperi occidentali. Soltanto nel 1975, la Spagna diede la regione a Marocco e Mauritania tramite gli Accordi di Madrid: pochi giorni prima della firma dell’accordo, circa 350.000 Marocchini avevano attraversato il confine col Sahara Occidentale come manifestazione simbolica delle pretese del Marocco sul territorio. Di fatto, gli interessi coloniali del Marocco erano dovuti a uno spirito nazionalista che animava il Paese e che non aveva nascosto  l’ambizione a inglobare anche i territori del Mauritania, del Mali e dell’Algeria Occidentale. Ma il fattore principale che spinge il Marocco a non garantire ancora oggi  l’indipendenza al popolo Sahrawi è probabilmente di natura economica.

In Sahara occidentale, infatti, si trovano ricchi depositi di fosfato, e anche la costa è particolarmente redditizia per quanto riguarda la pesca. Lo sfruttamento che il Marocco fa di queste risorse, in realtà, nasconde la responsabilità politica, economica ed istituzionale degli Stati Uniti e dell’Europa.

Gli Stati Uniti sono  uno storico alleato politico e militare del Marocco, che è stato considerato dall’Occidente come la principale roccaforte filoccidentale nella regione che possa contrastare il fondamentalismo islamico: il Marocco, infatti, è incluso tra i maggiori alleati non-NATO. Una dimostrazione del ruolo politico degli USA nell’appoggio all’occupazione marocchina in Sahara è rappresentata dal fatto che nel 2020 il presidente Donald Trump ha riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale.

Lo stesso riconoscimento è stato affermato dal presidente francese Emmanuel Macron nel 2024.

Anche la Francia, come gli Stati Uniti, è un forte alleato politico, militare ed economico del Marocco. La Francia, infatti, è il maggior venditore di armi all’ex colonia. Oltre al settore militare, le partnership economiche riguardano anche tecnologia, industria culturale, turismo, ed energia rinnovabile (in particolare nel settore dell’idrogeno verde).

Anche l’Unione Europea trae profitto dallo sfruttamento delle risorse del Sahara Occidentale da parte del Marocco, in particolare per quanto riguarda la pesca.

I prodotti della pesca effettuata sulla costa che fa parte dei territori occupati sono oggetto di fruttuosi accordi commerciali tra UE e il regno del Marocco.

La legalità di tali accordi secondo il diritto internazionale è dubbia. Infatti, nel 2001, fu chiesto al consigliere legale delle Nazioni Unite Hans Corell di esprimere una opinione riguardo la legittimità dello sfruttamento delle risorse naturali in Sahara Occidentale. Egli affermò che l’attività economica da parte della potenza amministratrice del territorio fosse consentita nel momento in cui avrebbe promosso lo sviluppo socioeconomico della regione e non danneggiato le popolazioni indigene, che devono essere sempre consultate.

Come sottolineato da Mara Valenti, però, nel caso del Sahara Occidentale sembra difficile poter affermare che le attività economiche condotte Marocco siano il frutto del consenso del popolo Sahrawi: la maggior parte di loro, infatti, è stata costretta ad abbandonare la terra d’origine per rifugiarsi in campi profughi in Algeria, in risposta al colonialismo di insediamento marocchino.

Perciò, nonostante le attività promosse dal Marocco abbiano creato nuove infrastrutture e posti di lavoro, ne hanno tratto vantaggio quasi esclusivamente i coloni marocchini, mentre gli ormai pochi Sahrawi rimasti hanno continuato a subire discriminazioni che hanno impedito loro di essere partecipi di tale sviluppo economico.

Dunque, la questione del Sahara occidentale dimostra che il processo di decolonizzazione iniziato negli anni ’50 è ancora lungi dall’essere concluso.

In conclusione, di questa realtà che nasconde violazioni dei diritti umani e sfruttamento economico illegale c’è ancora poca consapevolezza: al popolo Sahrawi di solito non viene dato molto spazio né nei manuali scolastici di storia né nelle principali testate giornalistiche.

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L'Autore

Giovanni Graziano

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