L’Unione Europea ha recentemente compiuto un passo decisivo verso l’autonomia energetica approvando a maggioranza la proposta della Commissione per l’eliminazione graduale delle importazioni di gas naturale e GNL dalla Russia. Questa misura è stata definita dal ministero danese per il Clima, l’Energia e i Servizi Pubblici, e rappresenta un elemento centrale della tabella di marcia del piano REPower EU. L’obiettivo principale è porre fine alla dipendenza dall'energia russa.
Il Consiglio ha concordato la sua posizione negoziale sul progetto di regolamento, che introduce un divieto graduale e giuridicamente vincolante sia sul gas via gasdotto che sul GNL russo a partire dal 1° gennaio 2028.
La lunga storia della dipendenza europea dal gas russo:
La dipendenza energetica tra Europa e Russia — prima Unione Sovietica (URSS) — vanta una storia decennale. Le forniture di gas sovietico all’Europa occidentale iniziarono alla fine degli anni ‘60, quando i Paesi europei cercavano materie prime a basso costo, funzionali a rapido sviluppo industriale della regione: Mosca veniva considerata un partner commerciale più stabile rispetto al Medio Oriente.
Con lo sviluppo dei giacimenti siberiani degli anni ‘70, l’URSS divenne una grande potenza nel settore energetico. Le esportazioni su larga scale verso l’Europa occidentale iniziarono attraverso il gasdotto Urengoy-Uzhhorod — costruito nel 1984. Altri gasdotti cruciali per l'approvvigionamento energetico europeo includono il Yamal (via Bielorussia e Polonia — operativo dal 1996) e il Nord Stream 1 (sotto il Mar Baltico — operativo dal 2011). Gli Stati Uniti hanno sempre tentato di ostacolare questa cooperazione, avvertendo gli alleati europei dei pericoli legati alla dipendenza dall’energia sovietica, ma le alternative proposte erano ritenute troppo costose e poco realistiche dai governi europei.
In seguito, la dipendenza strutturale e geografica tra UE e Mosca, ha permesso alla Russia di strumentalizzare il gas come leva geopolitica: negli ultimi 15 anni si sono verificate diverse interruzioni di fornitura, in risposta a tensioni politiche e militari, come ad esempio i tagli diffusi in Europa nell’inverno 2008/2009 e quelli a Kiev nel 2006 e 2014, dopo l’annessione della Crimea. La questione geopolitica si è poi intensificata con il progetto Nord Stream 2, lanciato nel 2015 — duramente criticato da diversi Stati membri e dagli Stati Uniti, per la minaccia all'autonomia strategica europea.
Prima dell’invasione del 2022, la Russia era di gran lunga il principale fornitore di gas dell’UE, con le sue esportazioni che avevano raggiunto i 16 miliardi di metri cubi nel 2019, pari al 43% delle importazioni totali di gas dell’UE.
L’invasione dell’Ucraina nel 2022 ha drammaticamente accelerato lo “sganciamento” dal gas russo dell’UE: solo due giorni dopo l'invasione, il Cancelliere tedesco Scholz interruppe il processo di approvazione del Nord Stream 2, impedendone l’entrata in funzione. Inoltre, Bruxelles ha risposto all’invasione con sanzioni economiche e una progressiva riduzione della domanda — e della dipendenza — di gas russo.
Dal 2022, la percentuale di gas russo importato dall’UE è sceso dal 40% a circa l’11% nel 2024. Tuttavia, è importante notare che, mentre le entrate tramite gasdotto sono crollate vertiginosamente, le importazioni europee di GNL russo hanno raggiunto i massimi storici tra gennaio e luglio 2023, aumentando del 40% rispetto ai primi sette mesi del 2021. Nonostante la ripresa dell’import, l’obiettivo europeo rimane lo “sganciamento totale”: attualmente, solo il gasdotto TurkStream — che fornisce gas in Turchia e poi in Ungheria e nei Balcani tramite il Balkan Stream — rimane operativo per l’Europa.
La riduzione della dipendenza è stata possibile grazie a un forte aumento delle importazioni di GNL e una riduzione generale del consumo di gas nell’UE di oltre il 19% tra il 2021 e il 2024. I principali fornitori di gas dell’UE nel 2024 sono stati: Norvegia (33,4%); USA — il principale fornitore di GNL (16,5%); Algeria (14,%); Qatar (4,3%). L’UE ha puntato anche su altre fonti come Medio Oriente e Nord Africa. Inoltre, un memorandum d’intesa con l’Azerbaijan mira a raddoppiare la capacità del corridoio meridionale per aumentare le forniture di gas entro il 2027. Per garantire un approvvigionamento sicuro e a prezzi accessibili, l’UE ha istituito l’UE Energy Platform e il meccanismo Aggregate EU per l’acquisto congiunto di gas, evitando la concorrenza interna tra Stati membri e sfruttando il peso del mercato unico.
La strada per liberarsi definitivamente dalla dipendenza dai combustibili fossili russi passa attraverso l’installazione rapida di impianti rinnovabili — fotovoltaico ed eolico — e elettrificazione. L’UE è sulla buona strada: nel 2022, per la prima volta, l’elettricità prodotta da energia solare ed eolica ha superato quella da gas.
Per accompagnare la transizione, il regolamento REPower EU prevede che tutti gli Stati membri presentino piani nazionali di diversificazione entro il 1° marzo 2026, delineando le misure e le potenziali difficoltà per diversificare le fonti di energie.
Le divisioni interne all’UE:
Nonostante il sostegno schiacciante alla legislazione, l’accordo non è stato unanime e ha incontrato l’opposizione di alcuni Stati membri, come Ungheria e Slovacchia. Questi Paesi, data la vicinanza geografica e la mancanza di sbocchi sul mare, hanno storicamente fatto affidamento sulle condutture collegate con la Russia per il loro approvvigionamento.
Questi paesi hanno sottolineato i gravi rischi per la sicurezza energetica nazionali e possibili pesanti ripercussioni economiche. L’Ungheria — che ha un contratto a lungo termine fino al 2026 e ha incrementato i volumi di importazione del 2024 — ha definito il piano europeo “una minaccia” e ha persino promesso azioni legali. Anche la Slovacchia si trova in una situazione delicata: non avendo fonti alternative a cui attingere nel breve periodo, la chiusura del gasdotto via Ucraina potrebbe avere pesanti ripercussioni.
La prospettiva nel breve e nel lungo termine:
Sebbene lo “sganciamento” dall'energia russo fosse in atto già da qualche anno, quest’ultima accelerazione avrà un effetto ovvio e immediato: il gas costerà di più. Dall’altro lato, anche le fonti di finanziamento di Mosca subiranno un duro colpo, siccome la capitale continua a finanziare indirettamente il proprio apparato militare attraverso i ricavi, derivanti dalla vendita di combustibili fossili. Tuttavia, la Russia ha dimostrato una grande resilienza economica, adattandosi alle sanzioni e mantenendo il controllo rigido dei flussi di capitale: il FMI stima che il PIL russo sia solo circa il 10-12% sotto la traiettoria prevista senza guerra e sanzioni.
Per l’UE la sfida rimane duplice: garantire la sicurezza dell’approvvigionamento e mantenere i prezzi dell’energia accessibili.
La crisi ha costretto l’UE a ripensare la sua politica estera e sicurezza energetica. Sebbene nel breve termine non esistano soluzioni miracolose, a medio-lungo termine l’opzione di muoversi oltre il gas russo è indispensabile: la piena integrazione dei mercati UE, la modernizzazione delle reti e l’attuazione di misure ad hoc mirano a rendere l’energia meno costosa e il mercato più resiliente.
Il Piano REPower EU — che mobilita quasi 300 miliardi di euro — si concentra sulla riduzione delle importazioni russe, sulla decarbonizzazione dell’industria, sulla diffusione rapida delle rinnovabili e sul miglioramento dell’efficienza energetica. L’obiettivo finale è terminare completamente gli acquisti di combustibili fossili dalla Russia entro il 2028.
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