Trump: secondo mandato. L’elezione di Donald J. Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America, in seguito alle votazioni tenutesi il 5 novembre, sancisce il ritorno a Washington di un Giano bifronte che guarda al contempo all’eredità politica da lui stesso lasciata nelle vesti di 45° Presidente, durante il quadriennio 2016 – 2020, e al futuro di uno scenario internazionale ben differente da quello che si prospettava alla fine del suo mandato, quattro anni fa.
Di particolare interesse risulterà essere l’approccio adottato dagli USA nei confronti dell’Africa Subsahariana, una regione il cui rilievo geopolitico a livello globale risulta apparentemente non essere di spicco, se paragonata ad altre, ma la cui importanza emerge con forza specialmente se collocata nel contesto del confronto con gli altri grandi attori globali, su tutti la Russia e la Cina.
Nell’ottobre del 2020, l’opinione sostanzialmente unanime degli analisti era che l’Africa Subsahariana – storicamente non prioritaria nell’agenda politica statunitense – rivestisse, allo scadere del mandato presidenziale di Trump, un ruolo ancora meno importante per Washington, in primis a causa del personale disinteresse del Presidente nei confronti di un continente apparentemente lontano dalle sue priorità strategiche.
Seppur mitigate dai diplomatici responsabili degli Affari africani e dal Congresso, le azioni e le parole di Trump nel corso del suo primo mandato apparirono spesso ideologiche e propagandistiche. È questo il caso della scelta, nel 2017, di bloccare i finanziamenti federali per le ONG che permettessero di praticare l’aborto e offrissero servizi di consulenza per l'interruzione della gravidanza e la firma dell’ordine esecutivo che bloccava rifugiati e viaggiatori provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana, tra cui il Sudan e la Somalia.
Ancora, nel 2018, Trump definì “shithole countries” i Paesi di origine di migliaia di migranti che, una volta giunti in America centrale, specialmente nel visa-friendly Nicaragua, contribuivano e sempre più contribuiscono a ingrossare le fila di quanti cercano di accedere agli Stati Uniti attraverso il suo confine meridionale. Un numero in costante aumento, anche grazie alla diffusa percezione che entrare negli US sia più facile che nell’UE, come evidenziato dai dati che mostrano come si sia passati dai 13406 africani arrestati alla frontiera tra Stati Uniti e Messico nel 2022 ai 58462 del 2023.
Realpolitik first. Parole e misure, queste, attribuite alla politica protezionistica del tycoon, votata al rendere gli Stati Uniti great again, ostile alla cooperazione internazionale, eppure non guidate da una disordinata imprevedibilità, quanto da un atteggiamento votato al pragmatismo, impegnato a perseguire delle politiche parzialmente distanti da quelle tradizionalmente sostenute da Washington, e più vicine alla sensibilità dei popoli e dei governi del continente al fine di garantire una più forte ed efficace partnership. Ad essere ridimensionati, nei casi citati, furono ad esempio i fondi destinati a supportare le politiche considerate più controverse dalla maggior parte dei Paesi africani, tra cui appunto la tutela dei diritti degli omosessuali e la salute riproduttiva delle donne, e del resto minate (con successo, nel caso del diritto all’aborto) in patria da Trump.
La dottrina Trump. Il cambio di paradigma promosso da Trump può essere attribuito alla volontà di abbracciare un approccio sempre meno value-oriented, sulla falsariga di un largamente diffuso e condiviso relativismo valoriale, peraltro giustificato in virtù dell’inviolabilità della sovranità di ogni Stato sostenuta in particolare da Pechino, nella consapevolezza del peso, in primis quantitativo, rivestito dagli Stati africani nei consessi diplomatici multilaterali.
Il blocco africano è il più numeroso in seno alle Nazioni Unite, e il suo mancato allineamento agli Stati Uniti mina il prestigio e gli interessi di Washington nel mondo, di natura politica, economica e strategica: è questo il caso dell'accesso ai preziosi minerali rari di cui il continente è ricco e l’Occidente, soprattutto l’Unione europea impegnata nella transizione verde, bisognoso, e di fatto per questa ragione dipendente dalla Cina, che grazie alla sua capillare presenza in Africa e in America Latina ne è uno dei principali esportatori.
Sul fronte della sicurezza, negli ultimi anni, una serie di colpi di Stato ha destabilizzato la regione del Sahel e l'Africa occidentale e il continente è stato dilaniato da conflitti armati interni agli Stati. Le giunte militari africane si sono rivolte ad attori come il russo (fu) Gruppo Wagner, oggi Africa Corps, per ottenere supporto, mentre le forze armate statunitensi sono state allontanate da alcuni Paesi, come nel caso del Niger, dopo la sospensione degli aiuti al Paese in seguito al colpo di Stato militare del 2023.
Alla dilagante instabilità che scuote il continente, spesso supportata e promossa da potenze esterne, Washington non riesce di fatto, ormai da anni, a fare da argine. L'obiettivo statunitense di garantire delle “paci liberali” si è affievolito anche a causa di un progressivo dis-engagement sul campo, che Trump potrebbe cercare di sostituire con delle soluzioni diplomatiche innovative, ad esempio riconoscendo la sovranità del Somaliland al fine di contrastare la presenza cinese in Gibuti o supportando governi non democratici e illiberali che si allineino alle posizioni statunitensi nei consessi multilaterali e svolgano il ruolo di vigili alleati, rappresentanti locali degli interessi di Washington nel mondo.
Sebbene apparentemente contro intuitivo, anche il previsto mancato rinnovo dell’ African Growth and Opportunity Act (AGOA) appare essere coerente con una strategia volta a promuovere relazioni bilaterali con gli Stati alleati non più rigidamente vincolate al rispetto di criteri rigorosi, quali la tutela dei diritti umani, il rispetto dello stato di diritto e del pluralismo, come nel caso, appunto, dell’AGOA.
L’ accordo, stipulato nel 2000 e rinnovato per dieci anni nel 2015, permette ai Paesi dell’Africa subsahariana di esportare negli USA a dazio zero centinaia di prodotti, in particolare del settore tessile e dell’abbigliamento, ma impone il rispetto dei citati requisiti - in virtù dei quali l'amministrazione Biden ha sospeso sette Paesi a causa delle loro politiche giudicate antidemocratiche - assenti invece nella Prosper Africa Initiative introdotta da Trump nel corso del suo primo mandato, misura volta a sostenere gli investitori statunitensi e la classe media del continente africano, ed elaborata al fine di competere con la Cina, che non impone nessun requisito in termini di tutela dei diritti ai propri partner e che dell’Africa è il principale partner commerciale.
È proprio contro l’ingombrante presenza cinese e, seppur in misura minore, russa, che gli Stati Uniti di Trump cercheranno di elaborare una strategia efficace nel far sì che il continente non rivolga sempre più il suo sguardo verso Est.
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