Lo scorso 3 dicembre è stata aperta alla firma la Convenzione sulla protezione dell'ambiente attraverso il diritto penale: un significativo impegno politico senza precedenti che mira a creare un coerente sistema di risposta per gli Stati al crimine ambientale, incluso quello attraverso i confini. Nella stessa giornata la Convenzione è già stata firmata dall'Unione Europea, dalla Repubblica della Moldavia e dal Portogallo e i rimanenti Stati membri del Consiglio d'Europa sono stati sollecitati a velocizzare il più possibile le tempistiche. L'Unione Europea, invece, sembra aver compiuto numerosi passi indietro: il Parlamento ha di recente passato una Risoluzione che potrebbe esacerbare ulteriormente la crisi climatica, eliminando l'obbligo per le aziende di elaborare piani climatici dall'EU Supply Chain Act, un elemento fondamentale del Green Deal. La tematica ambientale rimane sempre attuale, complessa, ma quantomai urgente.
La Convenzione in breve
La Convenzione è il primo strumento internazionale vincolante per disciplinare i crimini ambientali che aggravano la triplice crisi legata al cambiamento climatico, all'inquinamento e alla perdita di biodiversità. La Convenzione è radicata e si trova in linea con trattati e standard internazionali legati alla protezione dell'ambiente, dei diritti umani e dei crimini transnazionali, basandosi sul riconoscimento della triplice crisi ambientale della Dichiarazione di Reykjavìk.
La Convenzione è composta da 58 articoli, divisi in capitoli e sezioni per garantire un'ottimale chiarezza e leggibilità: tra queste disposizioni, sono 26 gli articoli che costituiscono sostanziale diritto penale, tra i quali disciplinano l'inquinamento o smaltimento di rifiuti illegale, illecite operazioni con sostanze o attività pericolose, illecite distruzione o commercio di flora e fauna selvatica. Quello ambientale è un tema che si lega strettamente ai diritti umani sotto vari aspetti, tra i quali emergono, in primis, il diritto delle persone a vivere in un ambiente sano e il diritto alla protezione da disastri ambientali: la Convenzione riconosce, spingendosi oltre nel concetto di tutela dei diritti umani, la protezione per le vittime, i testimoni e gli informatori, riconoscendone il ruolo fondamentale nel processare e dare enforcement agli ecocidi.
Cos'è l'ecocidio?
È stata inclusa una disposizione sui reati particolarmente gravi, tra le quali, per esempio, inquinamento diffuso, gravi incidenti industriali o incendi boschivi su larga scala. Tali reati possono essere paragonabili all’"ecocidio", già presente nel diritto di alcuni Stati e discusso nei consessi internazionali.
L'EU Supply Chain Act: cosa ne rimane?
Il gruppo dei conservatori, capeggiato da Manfred Weber della Christian Democratic Union (CDU) ha trasformato il Supply Chain Act, secondo quanto affermato da Human Rights Watch, in una “tigre senza denti”: il regolamento passato in Parlamento stabilisce che le imprese non siano più tenute a disegnare dei piani con misure relative al clima, obbligo invece stabilito dall'Act, screditando così un regime di responsabilità esteso a tutto il territorio dell'Unione, regime che avrebbe permesso a vittime di violazioni di diritti umani di accedere alle corti. Già dalla sua entrata in vigore nel giugno 2024, il Supply Chain Act aveva riscontrato numerose critiche, che avevano spinto la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, a presentare una proposta del regolamento riformato che includeva elementi molto distanti dalla legge originaria, arrivando già allora a snaturarla. Le nuove disposisizioni, tuttavia, non sono definitive poiché sono ancora in fase di negoziazione al trilogo, durante il quale si auspica che alcuni Stati, come la Germania, svolgano un ruolo chiave nel garantire che vengano mantenute le principali disposizioni del regolamento, tra quali soprattutto la responsabilità vincolante, basata sul rischio per le aziende lungo tutta la catena di fornitura. Quest'ultimo significa che le aziende devono identificare i rischi di violazioni dei diritti umani e di danni ambientali nelle loro catene di fornitura e adottare misure per prevenirli e porvi rimedio.
Le violazioni di diritti umani legati alle catene di fornitura
I disastri ambientali possono avere gravi conseguenze per coloro che si trovano nelle maglie più basse delle catene di fornitura: per questo l'Unione Europea, attraverso il Supply Chain Act, mira non solo a tutelare i lavoratori da questi rischi, ma crea anche certezza giuridica per le imprese. Le imprese stesse incoraggiano il perseguimento degli obiettivi chiave del regolamento ed è vitale che la visione di questi rimanga presente durante il trilogo.
Un passo avanti e uno indietro?
I recenti eventi pongono in una inusuale prospettiva gli avanzamenti dei lavori nel settore ambientale: se da un lato in Consiglio d'Europa apre ad un nuovo inizio, dall'altro l'Unione Europea fa sperare che, forse, si riesca a non retrocedere. Le implicazioni che la crisi climatica porta con sé arrivano anche a toccare direttamente le persone e sono legate al tema dei diritti umani: garantire un ambiente di vita sano e protezione alle vittime di disastri ambientali non dovrebbe essere uno standard messo in discussione.
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L'Autore
Gaia Recrosio
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