COSA ASPETTARSI DALLE MIDTERM
Il 3 novembre gli statunitensi saranno chiamati alle urne per votare l’intera composizione della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Il risultato elettorale delle midterm, oltre ad essere un ottimo termometro per misurare il clima politico che si respira negli Stati Uniti, cambierà anche concretamente le geometrie di potere nel Paese. Per Trump e il Partito repubblicano non sembra andare molto bene.
LE ELEZIONI DI NOVEMBRE
Dall’elezione di Donald Trump nel 2024, l’intero Congresso americano presenta una maggioranza repubblicana. 53 seggi su 100 al Senato e 219 seggi su 435 alla Camera. Quando il 3 novembre, però, si terranno le elezioni di medio termine, un vero e proprio crocevia dei mandati quadriennali dei presidenti, l’intera geometria legislativa potrebbe cambiare. Dai sondaggi, infatti, emergono una serie di dati che dovrebbero far preoccupare il Partito repubblicano e il Presidente Trump.
Al 27 settembre, gli ultimi sondaggi condotti dal Washington Post indicano che il gradimento di Trump è ai minimi storici. Ciò che penalizza il Presidente non riguarda solo la materia della politica estera, dove la paura degli americani che la guerra in Iran si protragga ancora a lungo fa da padrona ma, sorprendentemente, anche l’economia. I sondaggi, infatti, evidenziano come, per la prima volta nell’ultimo decennio, la percezione degli americani sia quella che i democratici siano più adatti a guidare l’economia del Paese.
CAMERA
Oltre agli indicatori individuali su Trump, che per quanto pesino non determinano l’esito delle elezioni congressuali, a preoccupare il GOP sono anche i sondaggi sui seggi di Camera e Senato.
Riguardo alla prima, la vittoria democratica nella maggioranza dei seggi è data tra il 60 e l’80% dai maggiori sondaggisti. Un esito che se si avverasse, cambierebbe profondamente la libertà di manovra dell'amministrazione Trump nei prossimi due anni.
Oltre ad avere complessivamente più difficoltà nel far passare le proprie leggi, una maggioranza democratica alla Camera porterebbe diversi grattacapi al Presidente. In particolare, lo metterebbe nel mirino di un impeachment, il terzo per Trump.
La Camera, infatti, ha il diritto esclusivo tra i due rami legislativi di iniziare la procedura di impeachment con una maggioranza semplice; in questo senso, vari esponenti del Partito democratico hanno già espresso l’intenzione di indagare a fondo sull’operato di Trump degli ultimi due anni. Una parte del partito sembra sostenere l’idea di indagini “a tappeto” sul Presidente, scavando su temi che vanno dalla sua gestione della guerra in Iran, al caso Epstein, agli affari della sua famiglia, alla costruzione della sala da ballo della Casa Bianca e così via. Un’altra corrente del partito, guidata dalla possibile candidata alle presidenziali del 2028 Alexandra Ocasio-Cortez, spinge affinché si approfondiscano “problemi più concreti” e che riguardano gli americani in maniera più diretta: dalle interruzioni dell’acqua e dell’elettricità causate dai data center, ai dazi e alla sanità privata.
Ora, anche se questa eventualità sarebbe, in teoria, praticabile e verrebbe probabilmente sostenuta dall’opinione pubblica dopo il caso Epstein, la concreta possibilità che un impeachment porti realmente alla condanna del Presidente è molto bassa.
SENATO
La variabile in questo caso è il Senato. Trump è già stato sottoposto due volte a impeachment dalla Camera: la prima volta nel 2019, con l’accusa di avere subordinato gli aiuti militari all’Ucraina all’apertura di un’indagine su Joe Biden; la seconda nel 2021, per il suo ruolo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. In entrambi i casi il Senato, che ha bisogno di una maggioranza di due terzi per condannare un Presidente, lo ha assolto.
Una tendenza interessante che è emersa in questi due casi, comunque, è la rottura del tabù che impediva informalmente di votare contro un presidente del proprio stesso partito in un caso di impeachment. Nel primo episodio, infatti, Mitt Romney, candidato presidenziale sconfitto da Obama nel 2012, era diventato il primo politico a votare in tal senso, attirandosi svariate critiche da destra. Nel secondo caso di impeachment a Trump, i senatori repubblicani a votare per la sua condanna erano diventati ben sette. Posto che la seconda accusa, quella di essere il responsabile morale e politico dell’assalto al Campidoglio, era probabilmente percepita come più grave da senatori di entrambi gli schieramenti, pare evidente che non tutto possa essere perdonato ad un Presidente, neanche dalla sua stessa fazione politica.
Nelle elezioni di medio termine il Senato, a differenza della Camera, risulta molto più in bilico. Le previsioni ondeggiano tra una parte e l’altra in maniera molto flessibile, ma sempre esigua in termini di seggi. Ciò che è certo è che per avere una reale possibilità di vittoria i democratici devono vincere in tutti quei seggi che negli ultimi quattro anni sono stati repubblicani ma che risultano oggi incerti, come Alaska, Ohio, Maine e North Carolina, e mantenere saldi i seggi democratici nei quali un esito positivo non è scontato.
COSA SUCCEDE NELL’AREA DEM
Elemento molto interessante di queste elezioni è la presenza sempre più massiccia di candidati provenienti dall’ala socialista del Partito democratico. Tra i seggi democratici che non è scontato rimangano tali c’è quello del Michigan, il cui candidato, Abdul El-sayed, è un esempio perfetto del gruppo di giovani socialdemocratici che stanno emergendo nel reame della politica statunitense. El-sayed, epidemiologo con un dottorato conseguito ad Oxford, fa parte del roster di Bernie Sanders, cioè quei politici che, rispetto all'establishment del partito, sostengono istanze pro-palestina, più tasse sui più abbienti e un servizio sanitario gratuito per tutti i cittadini americani. Oltre a El-sayed, altre candidature al Congresso in questo senso sono state quella di Angie Nixon al seggio della Florida e quella di Justin Pearson, attivista e politico statale del Tennessee molto vicino ai temi dei lavoratori e fortemente impegnato a favore di una maggiore regolamentazione dell’uso delle armi da fuoco.
Questa ondata socialista al Congresso, qualora venisse eletta anche parzialmente, si sconterà con l’ala moderata (e ben più radicata a Washington) dei democratici su alcune questioni. Recentemente, tre deputati democratici filo-israeliani hanno ottenuto nuovi incarichi nella Commissione Esteri e uno di loro, Jared Moskowitz, guiderà la Sottocommissione sul Medio Oriente, probabilmente assumendo la presidenza dell’intero committee in caso di vittoria democratica alla Camera. La questione di Gaza sarà certamente uno dei motivi di maggiore scompenso all’interno del partito: con la vecchia guardia democratica molto fedele all'alleato isrealiano e ad AIPAC e i giovani socialdemocratici più vicini alle istanze palestinesi. Ma non sarà l’unico. Il Partito democratico, infatti, è diviso su più punti sia tatticamente, dove non si riesce a decidere unanimemente una strategia di opposizione a Trump, sia politicamente, con una divisione sempre più marcata tra chi sostiene una visione più moderata e chi invece una più radicale. Quest’ultimo aspetto si riflette anche sulla scelta di un candidato presidenziale alle prossime elezioni nel 2028, il partito è infatti diviso tra correnti che sostengono candidati più centristi come Gavin Newsom o Josh Shapiro, e fazioni che sostengono candidati meno compromissori come Ocasio Cortez o Ro Khanna.
Nonostante queste frammentazioni, il Partito democratico sta vivendo una striscia positiva di vittorie nelle elezioni suppletive statali, cioè quelle elezioni che servono a riempire i seggi delle legislature dei vari stati rimasti vacanti tra un'elezione ordinaria e l'altra per dimissioni o per la morte di chi li occupava. Di trentuno seggi passati di mano in un parlamento statale da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, nel 100% dei casi a conquistarlo sono stati i democratici.
LO STATO DELL’ARTE DEI REPUBBLICANI
Anche il partito del presidente, internamente, si trova abbastanza in difficoltà. O meglio, lo stesso Trump lo è all’interno del suo partito. Le due corse alle primarie repubblicane del South Carolina e dell’Oklahoma in cui risultano vincenti i candidati sostenuti da Trump, rispettivamente Darline Graham, sorella di Lindsay, venuto a mancare a luglio, e Mike Mazzei, interrompono una serie di sconfitte che aveva incrinato il controllo del Presidente sul partito. I candidati che aveva sostenuto sono stati battuti in almeno dieci primarie quest'anno, sei solo ad agosto, con risultati pesanti in Iowa, Georgia, Tennessee, Florida e Wyoming. Secondo un conteggio della CNN, quelle dieci sconfitte sono tante quante quelle del 2018, del 2020 e del 2024 messe insieme. Nonostante ciò, nelle primarie in cui a perdere era stato un candidato appoggiato da Trump, a vincere sono quasi sempre stati altri politici sostenuti dal Presidente, il quale ribadisce di avere pienamente in mano le redini del GOP.
In definitiva, i risultati delle midterm sembrano pendere favorevolmente verso i democratici. Le politiche muscolari all’estero e diversi strafalcioni interni sembrano destinati a presentare il conto all’amministrazione Trump, il cui avventurismo militare e la (mala) gestione domestica sono apparsi come una serie di decisioni confuse, non guidate da una chiara strategia. Nonostante ciò, il Presidente Trump continua coerentemente sulla propria linea: smentisce l’esito dei sondaggi sul suo gradimento, rifiuta accordi con l’Iran affermando che gli Stati Uniti stanno vincendo la guerra senza difficoltà, e riflette su iniziative sportive tenute in posti improbabili, come lo era stato l’evento UFC alla Casa Bianca di luglio e, più recentemente, come l’idea di costruire un campo da baseball in un parco nazionale. A meno di due mesi dal voto, l’amministrazione è in chiara difficoltà e tocca al Partito democratico affondare il colpo di grazia.
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L'Autore
Giovanni Ferrazza
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Trump Elections USA Democratici Repubblicani