L’escalation militare nel Golfo Persico, conseguente all’attacco deliberato delle forze aeronavali statunitensi contro l’Iran, ha aperto scenari di instabilità non solo politica e strategica, ma anche ecologica. Il presidente Trump ha dichiarato che non si può escludere l’impiego di “boots on the ground”, ossia di truppe di fanteria americane sul territorio iraniano, sottolineando come la prosecuzione della guerra sia soggetta a dinamiche personali e geopolitiche di leadership, in particolare all’influenza esercitata dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, in un ruolo di “hortator” moderno, detentore del ritmo strategico delle operazioni.
Gli osservatori militari e gli analisti geopolitici concordano sul fatto che il conflitto non sarà breve e l’ulteriore escalation verso gli Emirati Arabi Uniti ne è la prova. Le intenzioni dell’asse israelo-americano restano poco chiare, così come gli obiettivi concreti di questa guerra, che si inserisce in un contesto storico di scontri religiosi tra sciiti e sunniti, già evidenziati dalle reazioni di Hezbollah, degli Houti yemeniti e da settori sciiti pakistani, con attacchi anche a strutture diplomatiche americane come quella di Karachi. L’invio di truppe di terra per occupare il territorio iraniano appare un’impresa quasi impossibile: l’Iran, grande quasi quanto mezza Europa, è popolato da un popolo con radici millenarie, fortemente legato alla storia dell’Impero persiano. La resistenza interna, seppur minoritaria rispetto alla popolazione, non deve essere sottovalutata, considerando l’esperienza storica delle popolazioni locali e la memoria delle efferatezze dei regimi passati e presenti.
Un tema finora meno discusso, ma di enorme importanza strategica, riguarda gli impatti ambientali delle dispersioni di petrolio nel mare, specie in uno dei punti più delicati e trafficati del pianeta, lo Stretto di Hormuz. Questo braccio d’acqua collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e il resto degli oceani ed è un'arteria vitale per il commercio energetico mondiale: attraverso lo stretto transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di petrolio, pari a quasi 20 % della produzione globale di greggio e GNL destinato all’esportazione. Gli attacchi su tre, forse quattro, petroliere e su una piattaforma petrolifera nel Golfo, oltre alle tensioni che hanno portato ad un rallentamento o blocco del traffico navale, hanno generato sversamenti massicci di greggio nello Stretto di Hormuz e nel mare circostante, con conseguenze immediatamente visibili sulla fauna marina e sugli ecosistemi costieri. L’eco di questi eventi ha già fatto salire i premi assicurativi per la navigazione marittima e alterato le rotte commerciali petrolifere. Secondo studi condotti da enti internazionali e da istituti di ricerca oceanografica, la dispersione di petrolio in acque calde, poco profonde e salate come quelle del Golfo Persico accelera la formazione di idrocarburi persistenti: tali composti tendono a rimanere in superficie o inglobarsi nei sedimenti, rendendo estremamente difficili le operazioni di bonifica e prolungando gli impatti su tempi decennali. La vulnerabilità dell’ecosistema è accentuata dalle caratteristiche fisiche del Golfo: con una profondità media di circa 35 metri, l’acqua ha uno scambio limitato con l’Oceano Indiano, il che facilita l’accumulo degli idrocarburi e ostacola la naturale dispersione.
Gli effetti sulla biodiversità sono severi: anche piccole quantità di petrolio possono causare stress letale per le larve di corallo in poche ore, soffocare le radici delle mangrovie e distruggere habitat chiave per pesci, crostacei e uccelli marini. Una contaminazione di questo tipo si ripercuote su intere catene alimentari marine, con effetti a cascata che possono ridurre popolazioni ittiche, compromettere le attività di pesca e danneggiare seriamente il turismo costiero, settori che in molte economie del Golfo rappresentano risorse strategiche nonostante la prevalenza fossile dell’economia regionale. Dal punto di vista economico, studi settoriali stimano che se solo il 5 % del traffico giornaliero di petrolio nello Stretto venisse disperso a causa di sabotaggio o incidente, i costi diretti e indiretti di bonifica e danni economici potrebbero raggiungere i 5–10 miliardi di dollari, con impatti a lungo termine ben superiori se si includono perdita di produzione ittica, turismo e costi sanitari delle comunità costiere.
Dobbiamo, dunque, parlare di un concetto che qui in modo fondamentale rileva. Il concetto di “marine pollution” nel diritto internazionale è regolato, tra gli altri strumenti, dalla United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), che attribuisce agli Stati la responsabilità di prevenire, ridurre e contenere l’inquinamento marino, comprese le fuoriuscite di petrolio da navi e impianti offshore. Tuttavia, nell’attuale conflitto la tutela del mare si trova paralizzata dall’assenza di un organismo internazionale autorevole e indipendente, capace di intervenire tempestivamente e neutralizzare il danno ambientale senza essere contestualmente parte del conflitto in corso. Questo vuoto istituzionale limita la possibilità di coordinare operazioni di emergenza e di monitoraggio scientifico sistematico, aggravando il rischio di danni ecologici irreversibili.
Il collasso della sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz rappresenta una minaccia che supera la dimensione ambientale e assume una rilevanza pienamente strategica. Questo stretto passaggio marittimo tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman costituisce infatti uno dei nodi più sensibili dell’economia globale: ogni giorno vi transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto destinato ai mercati asiatici ed europei. Qualsiasi interruzione, causata da attacchi militari, sabotaggi, mine navali o incidenti alle petroliere può provocare un effetto immediato sui prezzi internazionali dell’energia, influenzando borse, inflazione e sicurezza energetica di numerosi Stati importatori. Il rischio non riguarda solo il blocco fisico delle rotte commerciali, ma anche l’aumento dei costi assicurativi per la navigazione e la deviazione delle rotte marittime, con conseguenti ritardi nelle forniture energetiche globali. In questo scenario, anche un conflitto limitato può generare shock sistemici nei mercati petroliferi e destabilizzare gli equilibri economici internazionali.
Parallelamente, la militarizzazione delle acque e gli attacchi a infrastrutture offshore aumentano la probabilità di incidenti ambientali su larga scala. Sversamenti di greggio, incendi su piattaforme petrolifere o il danneggiamento di petroliere trasformerebbero rapidamente l’area in un vero e proprio laboratorio di disastro ecologico. Le caratteristiche idrogeografiche del Golfo, acque poco profonde, alta salinità e ricambio limitato con l’Oceano Indiano, rendono infatti estremamente lenta la dispersione naturale degli inquinanti. Il risultato potrebbe essere la trasformazione del Golfo in quello che efficacemente è stato definito un “mare ricettacolo delle stoltezze umane”: uno spazio marino in cui decisioni militari e rivalità geopolitiche producono conseguenze ambientali di lungo periodo, difficili da mitigare e potenzialmente irreversibili per gli ecosistemi e per le economie costiere che da essi dipendono.
In questo contesto, la questione ambientale diventa parte integrante della strategia geopolitica: chi interverrà concretamente per contenere l’inquinamento e proteggere l’ecosistema? L’assenza di risposte coordinate rischia di rendere la crisi ambientale un effetto collaterale permanente di un conflitto già destinato a durare e a danneggiare non solo l’area del Persico, mentre la comunità internazionale osserva impotente.