Il caso KFC, quando il marketing sul cibo diventa estremo

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  Valeria Fraquelli
  12 October 2026
  4 minutes, 57 seconds

Ho già parlato del marketing applicato al cibo, di tutte quelle strategie che servono alle aziende per fidelizzare i consumatori, per convincerli a comprare sempre di più, per legarli all’azienda ma questa volta davvero le strategie di vendita hanno raggiunto il massimo.

Siamo di fronte a strategie di marketing sempre più aggressive e spregiudicate, strategie di vendita che arrivano a rendere lo stesso corpo dei consumatori un espositore vivente di messaggi pubblicitari.

Sappiamo tutti che la pubblicità ha una notevole influenza sui consumatori, soprattutto i più giovani, e sappiamo che molto spesso compriamo anche cose che non ci servono, di cui non abbiamo bisogno solo perché abbiamo visto gli spot in televisione o in rete, anche nei podcast che ascoltiamo tutti i giorni ma questa volta è il consumatore stesso che diventa parte della pubblicità, diventa uno strumento della strategia di vendita.

Il medico epidemiologo Franco Berrino e il giornalista scientifico Ennio Battista hanno condotto uno studio che dimostra chiaramente che molto spesso la pubblicità ci spinge ad acquistare “pasti o colazioni piene di zuccheri nascosti, barrette vendute come salutari, prodotti “ricchi di proteine”, grassi demonizzati o rivalutati e molte altre promesse nutrizionali che hanno più a che fare con il marketing che con la scienza”.

L’indagine, quindi, rivela una realtà scomoda: mangiamo guidati più dalla pubblicità che dalle evidenze scientifiche e questo vuole dire che non siamo noi a decidere cosa mangiare, che la pubblicità ha un potere immenso di influenzare le nostre scelte alimentari.

Le aziende ci costringono a comprare i loro prodotti anche se non ne abbiamo bisogno, ci fanno comprare cibi che sono di certo amici della nostra salute e dell’ambiente e si arricchiscono senza pensare agli effetti sulla natura e sull'ambiente.

Il marketing estremo é sempre più diffuso e i suoi effetti si vedono tutti i giorni, sempre più pubblicità aggressiva, sempre più spot che ci fanno vedere cibo associato a situazioni di gioia, di bellezza, di divertimento, di amicizia, di famiglia ed ecco che siamo disposti a comprare di più, a comprare alimenti che magari non sono nemmeno i nostri preferiti ma promettono una serenità e una felicità effimere che nel mondo di oggi sempre più stressato, sempre con meno tempo a disposizione sembra l’unica possibile.

Nel caso del cibo il marketing gioca proprio sulla mancanza di tempo che molto spesso ci impedisce di cucinare per proporci cibi pronti con la promessa di salute e benessere che invece sono pieni di zuccheri e grassi.

Il caso dei tatuaggi in cambio di pollo fritto del colosso KFC porta tutto le strategie di marketing allo stremo, è il consumatore stesso ad essere un cartellone pubblicitario vivente.

In questo caso, rimarcano gli esperti, "KFC compie un passo ulteriore: invita consumatori e consumatrici a imprimersi sulla pelle un soggetto legato al brand, trasformando il loro stesso corpo in un mezzo pubblicitario permanente in cambio di un coupon".

Si può dire "tutto per un coupon" quindi, siamo disposti anche ai tatuaggi pur di accaparrarsi cibo anche di scarsa qualità. Questo avviene perchè il marketing, la comunicazione ci fanno credere che anche il cibo meno sano sia buono e apprezzabile, che quel tipo di alimenti sia l'unico in grado di darci le sostanze nutritive di cui abbiamo bisogno.

Il marketing ha sempre più potere sulle nostre scelte in fatto di cibo e sta diventando sempre più estremo, sono le stesse aziende che quasi ci costringono a consumare i loro prodotti pur sapendo che non sono salutari per il nostro organismo.

E il caso dell'acquisto di pollo fritto da KFC in cambio di un tatuaggio è solo l'estremizzazione di un marketing che arriva ad invadere anche la nostra privacy, non ci rende più padroni neanche del nostro corpo. E il fatto che questa nuova strategia di marketing sia stata presentata proprio al Modena Nerd, "una manifestazione costruita intorno a fandom, cultura pop e appartenenza alle community. KFC utilizza gli stessi codici – il simbolo da esibire, l’identificazione con un universo condiviso, l’esperienza da raccontare sui social – per trasferire sul marchio commerciale dinamiche tipiche dei fandom e delle community".

La voglia di identificarsi, di sentirsi parte di un gruppo e di cibo a buon mercato spinge i consumatori ad accettare di avere un tatuaggio, di diventare essi stessi parte della pubblicità. il corpo viene mercificato, usato come se fosse un semplice cartellone pubblicitario che KFC sfrutta per pubblicizzare il suo pollo fritto.

In conclusione, ormai il marketing è sempre più estremo ed è difficile non cadere nelle strategie e negli inganni delle aziende, non tutte ma la maggior parte, bisogna cercare di comprare solo cibo salutare e controllato e munirsi sempre di lista della spesa così da acquistare solo ciò che serve veramente e ricordare che siamo noi ad avere il coltello dalla parte del manico, con i nostri soldi possiamo costringere le aziende a puntare di più sul cibo biologico e sano.

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L'Autore

Valeria Fraquelli

Mi chiamo Valeria Fraquelli e sono nata ad Asti il 19 luglio 1986. Ho conseguito la Laurea triennale in Studi Internazionali e la Laurea Magistrale in Scienze del governo e dell’amministrazione presso l’Università degli Studi di Torino. Ho anche conseguito il Preliminary English Test e un Master sull’imprenditoria giovanile; inoltre ho frequentato con successo vari corsi post laurea.

Mi piace molto ascoltare musica in particolare jazz anni '20, leggere e viaggiare per conoscere posti nuovi ed entrare in contatto con persone di culture diverse; proprio per questo ho visitato Vienna, Berlino, Lisbona, Londra, Malta, Copenhagen, Helsinki, New York e Parigi.

La mia passione più grande è la scrittura; infatti, ho scritto e scrivo tuttora per varie testate online tra cui Mondo Internazionale. Ho anche un mio blog personale che tratta di arte e cultura, viaggi e natura.

La frase che più mi rappresenta è “Volere è potere”.

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