Il prezzo della benzina è l’ultimo anello di una catena che comincia a migliaia di chilometri dall’Italia. In questi giorni, mentre la crisi in Medio Oriente continua a mettere sotto pressione i mercati energetici, il costo del carburante è tornato a essere una delle manifestazioni più visibili di una crisi internazionale. In Italia, il 18 settembre, il prezzo medio della benzina self ha raggiunto circa 2,15 euro al litro, mentre il diesel ha superato i 2,29 euro, con sovrapprezzi ulteriori sulla rete autostradale. Dietro questi numeri, però, non c’è soltanto il mercato italiano. C’è una crisi che parte dal Medio Oriente e arriva fino alle pompe di benzina europee. La domanda diventa allora più ampia: chi può intervenire quando il prezzo di un bene essenziale viene alterato da uno shock geopolitico che nessun singolo Stato è in grado di controllare autonomamente?
È ormai chiaro che la crisi del Medio Oriente sia andata oltre i Paesi direttamente coinvolti. Per il contenimento dello shock, nei mesi precedenti, l’Arabia Saudita ha adottato soluzioni alternative per garantire il passaggio del greggio, anche se queste non sono state sufficienti per equiparare il traffico transitante per lo stretto. In particolare, una quota del greggio saudita è stata trasportata attraverso la East-West Pipeline, conosciuta anche come Petroline, che collega i giacimenti della provincia orientale con il porto di Yanbu, situato sul Mar Rosso. Da qui il petrolio può essere imbarcato sulle petroliere e raggiungere i mercati internazionali senza attraversare Hormuz. Dopo i picchi iniziali in seguito al blocco dello stretto, l’aumento dei flussi attraverso le rotte alternative, insieme ad altre misure di compensazione, aveva contribuito ad attenuare lo shock iniziale sui mercati, ma il recente attacco di milizie irachene alla Petroline ha reso evidente l’estemporaneità e la parzalità del bypass. Quando anche le rotte alternative diventano vulnerabili, la capacità di assorbire lo shock si riduce drasticamente.
Un Paese non deve necessariamente dipendere esclusivamente da queste catene di approvvigionamento per subire direttamente gli effetti del rincaro, il petrolio è infatti scambiato su un mercato globale. Se una parte importante dell’offerta viene sottratta al mercato, il prezzo del greggio aumenta anche per gli importatori che acquistano da altri fornitori. La crisi energetica diventa così una questione internazionale a tutti gli effetti.
L’International Energy Agency, nata negli anni Settanta proprio in risposta agli shock petroliferi, rappresenta uno degli strumenti principali di coordinamento tra i Paesi consumatori. Attraverso il sistema delle scorte di emergenza, l’IEA può contribuire ad aumentare temporaneamente l’offerta disponibile sul mercato e attenuare gli effetti di una crisi. Ma le scorte non possono risolvere una crisi geopolitica prolungata: possono guadagnare tempo.
A Bruxelles, nel frattempo, il problema si sta trasformando in una questione politica. L’ipotesi di tassazione degli extra profitti fatica a trovare posto nell’agenda europea. La Commissione ha infatti sottolineato che la tassazione rimane principalmente una competenza nazionale e non ha al momento presentato una proposta per una tassa europea comune. È una contraddizione che rivela la difficoltà della risposta europea: lo shock è globale, il mercato è integrato, ma molti degli strumenti per proteggere i consumatori restano nazionali.
E la questione non si ferma alla benzina. Un aumento prolungato del prezzo dell’energia si trasferisce sui trasporti, sulla produzione industriale e sui prezzi dei beni. Può quindi alimentare l’inflazione e contemporaneamente rallentare la crescita. È proprio questo uno dei problemi evidenziati anche dalla Banca centrale europea: l’aumento dei costi energetici riduce il reddito disponibile delle famiglie e può indebolire consumi e attività economica. Per questo il caro benzina è molto più di una questione di prezzo. È un test della capacità della comunità internazionale di reagire a uno shock.
La crisi in Medio Oriente riapre così un dilemma che l’Europa aveva cercato di superare: puntare sulle fonti fossili per garantire nel breve periodo la sicurezza degli approvvigionamenti oppure accelerare la transizione energetica per ridurre nel lungo periodo la dipendenza dalle importazioni. L’IEA ha appena rivisto al rialzo le previsioni sulla domanda mondiale di carbone per il 2026: +1,2%, fino a 8,94 miliardi di tonnellate, trasformando una precedente previsione di lieve calo in una previsione di crescita. La crisi sembra quindi produrre un effetto più sottile: non una vera inversione della transizione, ma un rallentamento della sua traiettoria. Di fronte alla necessità di garantire energia a prezzi sostenibili, la sicurezza dell’approvvigionamento torna a competere con gli obiettivi di decarbonizzazione. Se nel breve periodo la crisi può favorire il ricorso alle fonti fossili ancora disponibili, nel medio e lungo periodo può produrre un effetto opposto: rafforzare la spinta verso la transizione energetica. La crisi potrebbe così trasformare l’accelerazione della transizione da obiettivo prevalentemente climatico a strumento di sicurezza energetica.
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L'Autore
Beatrice Parisi
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