Per anni, la debolezza energetica europea è stata trattata come un problema tecnico. La crisi dello Stretto di Stretto di Hormuz dimostra che è, prima di tutto, una questione di potere.
Quando un rottame da cui passa circa il 20% del petrolio e del GNL mondiale si blocca, non si interrompono solo le forniture: si riscrive l'agenda politica.
Lo ha ammesso implicitamente Ursula von der Leyen, quantificando in oltre 22 miliardi di euro l'aumento della spesa europea per i combustibili fossili in poco più di un mese. Un dato che fotografa un paradosso: più la crisi accelera, più l'Europa paga per restare agganciata al passato energetico da cui vorrebbe emanciparsi.
L'escalation tra Stati Uniti e Iran - alimentata dalle dichiarazioni di Donald Trump e dalle reazioni militari di Teheran - ha riportato al centro una verità spesso rimossa: la sicurezza energetica europea continua a dipendere da snodi geopolitici esterni, instabili e difficilmente controllabili. Non è un caso che lo scontro sia rapidamente scivolato anche sul piano normativo, con Kaja Kallas a difendere la libertà di navigazione e l'Iran a contestarne l'applicabilità in un contesto di confronto militare.
La risposta europea si muove, ancora una volta, su un doppio binario. Nell'immediato, gestione dell'emergenza: aiuti di Stato più flessibili, interventi sulle bollette, riempimento degli stoccaggi, contenimento della domanda. Nel medio periodo, accelerazione su riforme già note: elettrificazione, reti, mercato dell'energia, ETS.
Ma è proprio questo scarto tra urgenza e strategia per rivelare il nodo politico irrisolto. La crisi attuale non mette solo in discussione la dipendenza dai combustibili fossili. Costringe l'Europa a confrontarsi con una domanda più scomoda: da quali dipendenze è disposta ad accettare di uscire, e a quale costo?
Perché la transizione verde, spesso presentata come soluzione, porta con sé una nuova geografia del potere. Mentre la crisi attuale rafforza l'urgenza di abbandonare petrolio e gas, la transizione verso le energie pulite apre una nuova linea di vulnerabilità. Le tecnologie chiave infatti - batterie, pannelli solari, infrastrutture per l'elettrificazione - sono concentrate in filiere globali dove la Cina occupa una posizione dominante. Per cui, si corre nel rischio di decarbonizzare, incappando nella sostituzione di una dipendenza con un'altra. Il rischio non è quindi più solo energetico, ma industriale e strategico.
Il dibattito a Bruxelles riflette questa tensione. Figure come Stéphane Séjourné spingono per una politica industriale più assertiva, capace di rafforzare la produzione interna e limitare l'influenza degli attori dominanti. Allo stesso tempo, analisti come Simone Tagliapietra mettono in guardia: rendere più costosa la transizione rischiando di rallentarla, proprio nel momento in cui dovrebbe accelerare.
È qui che il dibattito europeo cambia linguaggio e sostanza. Non si discute più genericamente di autonomia, ma di de-coupling contro de-risking. Il primo implica una rottura delle interdipendenze; il secondo, una loro gestione selettiva. Ne emerge una linea intermedia sempre più riconoscibile: quella dell'autonomia strategica aperta . Non un disaccoppiamento sul modello statunitense, ma una diversificazione delle dipendenze che consente all’Europa di restare integrata nei mercati globali, riducendo al contempo le proprie vulnerabilità sistemiche.
In questo senso, le conclusioni del Consiglio Affari esteri dell'Unione europea segnano un passaggio importante: la transizione energetica viene ridefinita come uno strumento di politica estera e di sicurezza. Non più solo clima, ma geopolitica. Non più solo emissioni, ma influenza.
Il messaggio è chiaro: ridurre la dipendenza dai combustibili fossili significa anche ridurre l'esposizione a crisi come quella attuale. Ma significa, allo stesso tempo, ripensare le relazioni con i paesi terzi, sostenere le economie più fragili nella transizione e prevenire nuovi squilibri generati dal declino delle rendite fossili.
A questa lettura si sovrappone quella economica. Come ha osservato Christine Lagarde, l'Europa si trova in una fase in cui shock energetico, inflazione e instabilità globale si alimentano la vicenda. In questo contesto, la politica monetaria resta vincolata al suo mandato di stabilità dei prezzi, ma opera in un ambiente sempre più condizionato da fattori energetici e geopolitici.
Il risultato è una convergenza inedita: energia, economia e sicurezza non sono più ambizioni separate, ma parti di un unico problema strategico.
Gli appuntamenti internazionali di fine aprile, Diciassettesimo Dialogo di Petersberg (21-22 aprile) e la conferenza di Santa Marta (24-29 aprile), rappresenteranno quindi un ennesimo banco di prova per l'Unione Europea (anche a seguito del fallimento della COP30 di novembre). Non si tratterà solo di provare a rinegoziare gli obiettivi climatici, ma di definire il ruolo dell'Europa in un sistema energetico globale sempre - e ancora di più - frammentato.
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L'Autore
Elisa Parisi
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