Il Nicaragua di Ortega

Dopo la chiusura di ONG e Università, ora il paese esce dall’UNESCO

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  Lucas Martin Torres
  16 May 2025
  4 minutes, 22 seconds

Quella del Nicaragua è certamente una storia travagliata e labirintica, anche per una regione come l’America Latina già abituata a questo tipo di evoluzioni storico-politiche. La nascita del sandinismo e la sua evoluzione, particolarmente marcata negli ultimi vent’anni, è stata segnata da una traiettoria più unica che rara. Dalla rivoluzione socialista culminata con la conquista di Managua, il conseguente rovesciamento dell’oligarchia dei Somoza nel 1979, passando per il ritorno dei liberali con le elezioni presidenziali del 1990, fino al definitivo comeback del “nuovo” sandinismo guidato da Daniel Ortega, sono mutati profondamente diversi aspetti nell’ideologia rivoluzionaria ereditaria di Sandino. In primis quelli relativi alla tutela delle libertà personali e dei diritti di prima generazione, caratteristica fondamentale delle democrazie liberali. La stretta autoritaria attuata negli ultimi anni dal presidentissimo Ortega ha contribuito ad isolare sempre più il Nicaragua dal mondo occidentale, orientando il paese centroamericano a stringere accordi d’intesa con paesi illiberali come Venezuela, Iran, Russia e Cina.

Nel mirino del presidente, oltre alle numerose organizzazioni della società civile già messe al bando nel paese, sono finite anche le organizzazioni internazionali. Il governo di Managua ha recentemente annunciato il ritiro del Nicaragua dall’UNESCO, la decisione sarebbe legata al riconoscimento conferito dall’agenzia per la scienza e la cultura delle Nazioni Unite al quotidiano nicaraguense “La Prensa”, noto per la sua chiara opposizione al regime. Il governo Ortega ha giustificato questa netta presa di posizione sostenendo che il quotidiano avrebbe evidenti influenze statunitensi, finalizzate a fomentare ingerenze straniere nella politica interna del paese, inoltre, screditando l’operato dell’esecutivo, contribuirebbe a diffondere un pericoloso sentimento “vigliacco e antipatriottico”. La comunicazione formale, consegnata domenica 5 maggio presso la sede centrale dell’UNESCO a Parigi, ha comportato l’immediato ritiro della delegazione centroamericana, sancendo la definitiva interruzione dei rapporti tra il Nicaragua e l’organizzazione.

La direttrice generale, Audrey Azoulay, ha espresso il suo rammarico per la scelta del Nicaragua, affermando che “questa decisione priverà il popolo nicaraguense dei benefici della cooperazione internazionale, in particolare nei settori dell'istruzione e della cultura”. In una nota ufficiale pubblicata dopo la presa di posizione del Nicaragua, è stato confermato il ritiro definitivo del paese, con l’uscita dall’UNESCO prevista per il 1° gennaio 2026.

Queste tipo politiche atte all’isolamento del paese non rappresentano certo una novità per Ortega. Il leader sandinista non è nuovo all’adozione di iniziative che limitano la cooperazione e lo sviluppo culturale in Nicaragua. Nell’estate del 2023, l’esecutivo ha ordinato la chiusura di numerosi istituti universitari, cattolici e non, tra questi l’Università Centroamericana del Nicaragua (UCA), l’Università Cattolica Inmaculada Concepción (UCICAM) e altri 16 centri di formazione superiore, accusati di essere focolai per la formazione di gruppi criminali con finalità terroristiche e sovversive. Non sono state risparmiate nemmeno le ONG nazionali e internazionali, con un provvedimento esecutivo pubblicato il 19 agosto 2023, Managua ha messo al bando oltre millecinquecento organizzazioni, per lo più di tipo religioso, ma non solo, accusate di non aver reso noti allo Stato i propri bilanci negli ultimi 35 anni. Di conseguenza, sono stati confiscati i beni mobili e immobili, facendo perdere alle ONG coinvolte la loro capacità di operare sul territorio.

Le sistematiche violazioni delle libertà personali da parte del regime non sono passate inosservate, negli ultimi anni, la comunità internazionale ha più volte denunciato le violenze in Nicaragua. Nello specifico, gli USA hanno ripetutamente sottolineato come il comportamento di Managua non sia compatibile con una convivenza pacifica nella regione. Tuttavia, le ammonizioni di Washington sono spesso apparse superficiali, distratte da un sempre più complesso scenario geopolitico internazionale. Negli ultimi anni, Buenos Aires e San Salvador hanno assunto un ruolo più rilevante, con l’ascesa politica degli ultraliberali Milei e Bukele, i due paesi si sono proposti come ambasciatori dei valori occidentali, o meglio, del filone occidentale più conservatore, particolarmente graditi dall’ala repubblicana statunitense. Nel dicembre del 2024, un tribunale federale argentino ha emesso un mandato d’arresto internazionale per Ortega e di vari membri del suo esecutivo, accusando il governo nicaraguense di essere responsabile di gravi crimini contro l’umanità, tra cui: privazione grave della libertà, sparizione forzata di persone, tortura, trasferimento forzato della popolazione e persecuzione di un gruppo o di una collettività. Anche la Santa Sede ha condannato l’atteggiamento ostile di Ortega, invitando ad un confronto pacifico, senza però riuscire ad attenuare le ritorsioni che il regime ha implementato, in modo particolare, con gli enti religiosi nel paese, segnando di fatto un fallimento della diplomazia Vaticana.

Il Nicaragua di Ortega continua a percorrere una strada di isolamento e repressione, riducendo in modo progressivo la cooperazione internazionale e, di conseguenza, il rispetto delle libertà fondamentali dei propri cittadini. Rimangono dunque alte le preoccupazioni che la comunità internazionale, ma in un mondo sempre più focalizzato sull’emisfero orientale, risulta difficile che la questione nicaraguense possa godere della giusta attenzione nelle principali cancellerie atlantiche.

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Lucas Martin Torres

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South America

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