Il riarmo dell’Europa fragile

L’Europa torna a prepararsi alla guerra mentre invecchia, perde popolazione attiva e fatica a tenere insieme sicurezza, welfare e consenso.

  Articoli (Articles)
  Giorgia Cremona
  28 September 2026
  6 minutes, 18 seconds

Il continente europeo sta entrando in una fase che non conosceva dalla fine della Guerra fredda: deve tornare a pensarsi come spazio militare proprio mentre la sua struttura sociale diventa più anziana, più costosa da sostenere e più dipendente dall’immigrazione. È qui, nell’incrocio tra caserme e ospedali, bilanci della difesa e sistemi pensionistici, che si misura la profondità della trasformazione europea.

Il ritorno della potenza 

Nel 2026 la sicurezza non è più un capitolo laterale dell’agenda continentale. La NATO ha registrato nel 2025 un aumento vicino al 20 per cento della spesa reale per la difesa degli alleati europei e del Canada rispetto all’anno precedente.

Dopo il vertice dell’Aia del 2025, gli alleati hanno inoltre assunto l’impegno di arrivare entro il 2035 al 5 per cento del PIL destinato complessivamente alla difesa e alla sicurezza, di cui almeno il 3,5 per cento per le esigenze militari fondamentali. Per la prima volta, secondo il rapporto annuale della NATO, tutti gli alleati hanno raggiunto o superato il precedente riferimento del 2 per cento.

Bruxelles si muove nella stessa direzione. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro: circa 650 miliardi attraverso maggiore flessibilità fiscale nazionale e 150 miliardi tramite lo strumento SAFE per prestiti destinati, tra l’altro, a difesa aerea, missili, droni e cybersicurezza.

È una conversione di scala. La difesa torna a chiedere acciaio, industrie, capitale, lavoratori specializzati e consenso.

Non si tratta soltanto di aumentare una voce di bilancio. Il riarmo ridisegna la geografia economica del continente: stabilisce quali territori ospiteranno fabbriche e cantieri, quali filiere riceveranno investimenti, quali tecnologie saranno considerate strategiche.

Droni, satelliti, semiconduttori, intelligenza artificiale e cybersicurezza avvicinano sempre più industria civile e apparato militare. Anche la difesa diventa così una forma di politica industriale.

Un continente sempre più anziano

Ma l’Europa che deve armarsi non è l’Europa demografica del Novecento.

Al 1° gennaio 2026 l’Unione contava circa 452 milioni di abitanti, 706 mila in più rispetto a un anno prima. L’aumento, però, non nasce dalle culle. Eurostat segnala che dal 2012 la crescita della popolazione europea è sostenuta dalla migrazione netta, che compensa un saldo naturale negativo: nell’Unione muoiono più persone di quante ne nascano.

Nel 2024 sono nati circa 3,55 milioni di bambini, il 3,3 per cento in meno rispetto al 2023. Il tasso di fecondità è sceso a 1,34 figli per donna, il livello più basso registrato nella serie europea iniziata nel 2001 e molto lontano dal livello di sostituzione di circa 2,1.

Contemporaneamente l’età mediana ha raggiunto 44,9 anni nel 2025, contro 42,8 nel 2015. In Italia, il paese più anziano dell’Unione secondo questo indicatore, si è arrivati a 49,1 anni.

Questi numeri non sono soltanto demografia. Sono geopolitica allo stato puro.

Una società anziana tende ad avere meno persone in età lavorativa, maggiore domanda di sanità e assistenza, più spesa pensionistica e una minore disponibilità di giovani da impiegare tanto nelle fabbriche quanto nelle forze armate.

Nel 2024 la spesa per prestazioni di protezione sociale nell’UE ha raggiunto, secondo le prime stime Eurostat, 4.925 miliardi di euro, pari al 27,3 per cento del PIL. Il 41,5 per cento di quella cifra era destinato alla vecchiaia e il 29,7 per cento a malattia e assistenza sanitaria.

Armi e welfare nello stesso bilancio

È qui che si apre la frattura politica più sensibile.

Il riarmo europeo non avviene in uno spazio fiscale vuoto. Entra in bilanci già compressi da pensioni, sanità, transizione energetica, interessi sul debito, politiche industriali e sostegno alle famiglie.

La Commissione europea, nel suo Ageing Report, prevede che in molti Stati membri le spese connesse all’invecchiamento continueranno a esercitare pressioni crescenti fino al 2070, soprattutto attraverso pensioni, sanità e assistenza di lungo periodo.

Il punto non è immaginare un’impossibile scelta meccanica tra “cannoni e burro”. Le grandi potenze raramente ragionano in questi termini binari.

Il problema è piuttosto la simultaneità: l’Europa deve finanziare nello stesso tempo la sicurezza esterna e la coesione interna. Deve produrre più armi senza erodere il patto sociale che ha costituito una delle basi della stabilità politica del dopoguerra.

E deve farlo con una popolazione che invecchia e con economie che necessitano di lavoratori stranieri, mentre l’immigrazione resta uno dei temi più divisivi del dibattito pubblico.

Il paradosso dell’immigrazione

Il paradosso è netto.

Più l’Europa invecchia, più ha bisogno di immigrazione per sostenere popolazione attiva, base fiscale e settori produttivi. Ma più l’immigrazione cresce, più può alimentare tensioni identitarie e politiche, soprattutto quando viene percepita come rapida, irregolare o mal governata.

L’Eurobarometro dell’autunno 2025 collocava l’immigrazione tra le principali questioni indicate dai cittadini a livello europeo, citata dal 20 per cento degli intervistati, mentre il 18 per cento menzionava sicurezza e difesa.

Allo stesso tempo il 77 per cento considerava l’invasione russa dell’Ucraina una minaccia alla sicurezza dell’Unione.

La società europea si trova dunque tra due pressioni opposte. Da un lato teme il mondo esterno: guerra, instabilità, vulnerabilità energetiche, infrastrutture critiche, competizione tra potenze. Dall’altro teme la trasformazione interna: perdita di status, pressione sui servizi, cambiamento culturale, precarietà economica.

Non sono paure necessariamente coerenti tra loro, ma incidono sulla stessa risorsa strategica: il consenso.

La vera risorsa strategica

Proprio il consenso sarà il vero limite del nuovo ciclo europeo.

I dati della Commissione mostrano che nel 2026 l’81 per cento dei cittadini sosteneva una cooperazione più forte in materia di difesa e il 74 per cento approvava gli investimenti nel settore o riteneva che dovessero aumentare.

È un capitale politico significativo. Ma sostegno astratto e accettazione dei costi concreti non coincidono sempre.

Se l’Europa riuscirà a trasformare la spesa militare in capacità industriale, occupazione qualificata e innovazione, il riarmo potrà assumere anche una dimensione di politica economica.

Se invece verrà percepito soprattutto come sottrazione a pensioni, salari, sanità o servizi, potrà aprirsi una nuova linea di divisione dentro società già attraversate da profonde tensioni distributive e generazionali.

La potenza passa dalla società

Il futuro geopolitico europeo, quindi, non dipenderà soltanto dal numero di brigate, sistemi antiaerei o munizioni prodotte.

Dipenderà dalla capacità di conciliare potenza e demografia.

L’Europa deve tornare a pensare alla guerra mentre i suoi cittadini vivono più a lungo e fanno meno figli. Deve proteggere i confini senza compromettere la sostenibilità sociale. Deve attrarre lavoratori dall’esterno senza perdere coesione all’interno.

In questa tensione si gioca una parte decisiva della sua autonomia: non soltanto la capacità di difendersi, ma quella di restare una società politicamente tenuta insieme mentre cambia il mondo intorno a sé.

Share the post

L'Autore

Giorgia Cremona

Tag

Europa Riarmo invecchiamento demografico difesa europea NATO Unione Europea demografia politica internazionale ReArm Europe