La Cina sta evolvendo la sua strategia in Africa. Ecco come

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  Redazione
  03 August 2026
  9 minutes, 25 seconds

A cura dell'Amb. Giuseppe Mistretta, Membro del Comitato Scientifico e di Sviluppo

Da decenni ormai quando si parla del peso della Cina in Africa si tende a concentrare l’attenzione sul tema degli investimenti economici di Pechino e del suo ruolo rilevante nella costruzione delle principali infrastrutture del Continente. Chiunque abbia visitato di recente qualche Stato africano, avrà notato la presenza pervasiva di imprese cinesi, impegnate nei settori dell’edilizia, delle ferrovie, dei porti, degli aeroporti, delle principali strade, delle dighe e via seguitando. Il fenomeno è iniziato negli anni ’90 del secolo scorso, e si è accentuato in questo senza soluzione di continuità, al punto che oggi tutte le statistiche confermano la Cina quale principale partner economico bilaterale del Continente.

Lo strapotere cinese nelle relazioni economiche porta talora a trascurare l’analogo peso politico che Pechino esercita verso i suoi partner africani, il quale si dipana con metodi peculiari lungo varie direttrici ritenute prioritarie. Soprattutto adesso che i crediti cinesi all’Africa si stanno riducendo (solo 2,1 miliardi di dollari nel 2024, a fronte dei 28 miliardi di dollari del 2016), per via delle incertezze securitarie e finanziarie che spesso affliggono vari Paesi del Continente, le finalità politiche delle scelte di Pechino assumono un rilievo particolarmente interessante.

Non è un caso se fino al 2005 gli Stati africani che ancora riconoscevano formalmente Taiwan erano 7, ed oggi tale riconoscimento viene mantenuto solo dal Regno di Eswatini (ex Swaziland), mentre gli altri 53 Stati africani hanno relazioni diplomatiche esclusivamente con la Repubblica Popolare di Cina. Pechino, in cambio dei suoi investimenti e dei suoi crediti, ha di fatto “preteso” dai suoi partner del Continente l’accettazione integrale del principio della “One China Policy”, che si traduce in un sostegno più ampio e più forte delle posizioni cinesi in ambito internazionale, all’interno delle Nazioni Unite, e nella famiglia delle sue numerose Agenzie.

Quando si afferma che la Cina non pone condizioni ai partner africani circa le loro scelte politiche nazionali ed internazionali, ciò può essere vero per quanto riguarda standard etici, diritti umani, principi democratici, forma di governo e Stato di diritto, ma non per quanto riguarda i rapporti con Taiwan; essi sono stati praticamente azzerati negli ultimi venti anni nel Continente, a seguito di un misto di soft power e massicci interventi economici e nel settore della Difesa, erogati da Pechino a favore degli Stati dell’Africa in maniera mirata.

L’influenza cinese in Africa passa anche per una serie di iniziative nel settore della Difesa, ed è collegata ad una crescente responsabilità politica che Pechino pare disposta ad assumersi in alcuni scenari di crisi, in modo tuttavia molto “felpato”, e sostanzialmente difforme dal modus operandi europeo.

Il valore essenziale per la Cina resta la stabilità politica in Africa, qualunque sia la forma di governo negli Stati continentali, poiché la stabilità è necessaria per la crescita economica (e quindi per affermare gli interessi cinesi in tale ambito, sintetizzati nella Belt and Road Initiative, lanciata nel 2013 e poi “rivisitata”). Per garantirla, Pechino tende in genere alla conservazione dello statu quo, non sostenendo le tendenze eversive o i gruppi di opposizione armata ai poteri costituiti. L’esempio più recente è stato quello dell’Etiopia, dove fin dal primo momento del conflitto civile fra il Governo centrale di Addis Abeba e la regione separatista del Tigray (2020-2022) la Cina manifestò pieno appoggio politico all’Esecutivo del Premier Abiy Ahmed, sia con una serie di visite del Ministro degli Esteri Wang Yi nella capitale etiope, sia soprattutto con l’invio, per il tramite della compagnia cargo emiratina Fly Sky Airlines, di droni da combattimento Wing Long I, essenziali per la vittoria finale dell’Esercito federale contro le milizie ribelli tigrine.

Droni cinesi hanno continuato ad arrivare all’Esercito federale etiopico anche dopo la fine del conflitto civile con il Tigray, per fronteggiare le insorgenze delle milizie amhara FANO, e di quelle oromo OLA, rispettivamente nella regione Amhara ed in Oromia, scoppiate subito dopo il 2022 ed ancora molto attive nel centro del Paese. Come di consueto, sull’utilizzo di tali forniture militari, che provocano migliaia di vittime fra le popolazioni civili, Pechino non si è posta scrupoli di carattere etico, considerato che per quelle Autorità la priorità è conferita alla sussistenza politica dell’Etiopia.

Droni cinesi Wing Long II sono utilizzati anche nella cruenta guerra civile in Sudan, dalle milizie denominate Rapid Support Forces che si oppongono al Governo di Khartoum, non in base ad un coinvolgimento diretto di Pechino nel conflitto, bensì nel quadro delle ingenti forniture militari inviate ai ribelli del Generale Hemetti dagli Emirati Arabi, a seguito di accordi commerciali con Abu Dhabi.

Nell’area di notevolissima valenza strategica del Corno d’Africa, l’insediamento più importante di Pechino, sotto un profilo politico e militare, è la sua grande base militare a Gibuti, con una capacità di oltre 2000 fra soldati e “marines”, ottenuta a seguito di ingenti finanziamenti diretti a quel Governo. Si tratta della prima base permanente cinese all’estero, e del più rilevante avamposto marittimo oltre l’Oceano Pacifico; da Gibuti navi da guerra cinesi solcano il Mar Rosso ed il Golfo di Aden controllando una rotta marittima di cruciale importanza, specialmente a seguito della chiusura dello Stretto di Hormuz. Una quota rilevante del commercio mondiale (circa il 15%) e delle importazioni energetiche e di minerali rari cinesi transita dallo Stretto di Bab El Mandeb, malgrado la riduzione dei traffici dovuta agli attacchi destabilizzanti dei ribelli Houthi dalla costa dello Yemen. La Marina cinese si adopera per la sicurezza nel Golfo di Aden e di Bab El Mandeb, ma conserva una sua autonomia operativa rispetto alle iniziative multinazionali lanciate nell’area. Mentre ha mantenuto alcuni contatti ed un coordinamento tecnico con le altre Marine coinvolte nella missione Atalanta contro la pirateria nel Mar Rosso, non ha invece alcun raccordo operativo con la missione Aspides, che protegge i mercantili dagli attacchi degli Houthi, probabilmente per preservare i propri rapporti con l’Iran, principale sostenitore dei ribelli.

Pechino figura oggi fra i massimi esportatori diretti o indiretti di armi in Africa, e le sue esportazioni riguardano 25 dei 54 Stati africani, anche se costi e tipi di armi vendute restano tenuti per lo più segreti. Ciò ha portato molte ONG e gruppi di pressione occidentali a sostenere che la Cina in realtà alimenta i conflitti e l’oppressione nei Paesi del Continente. E’ anche poco chiaro se la vendita di armamenti risponda sempre ad obiettivi prioritari di carattere strategico o non sia piuttosto dettata prevalentemente dal profitto commerciale, anch’esso comunque determinante per le imprese cinesi della Difesa.

In coerenza con il principio di non interferenza negli affari interni di altri Paesi, la Cina adotta un atteggiamento molto pragmatico nei confronti delle dittature militari nel Sahel, scaturite da una serie di colpi di Stato fra il 2020 ed il 2024 nel Sahel, ed in particolare verso Niger, Mali e Burkina Faso, che insieme formano l’Allenza degli Stati del Sahel. Da un lato quindi Pechino mantiene le relazioni diplomatiche ed un dialogo politico con quelle Autorità, prosegue i suoi investimenti nel settore minerario, nell’energia, nelle infrastrutture e nelle telecomunicazioni, vende armamenti ai regimi saheliani, incluso droni da combattimento; dall’altro evita di spingersi troppo in là con la partnership politico-militare, e mantiene un profilo discreto, a differenza di quanto fa la Russia, che si è posta nella regione come un’alternativa alla Francia, ed ha inviato i suoi mercenari a difesa di quei territori contro i gruppi jihadisti. In sostanza, la Cina preserva buone relazioni con le Giunte militari, ma soprattutto al fine di garantire i propri interessi economici e nel settore minerario, molto florido nella regione saheliana.

In Africa Australe, fin dai tempi in cui era Presidente Julius Nyerere, il partner principale di Pechino è la Tanzania; grazie a tali rapporti storici, il Paese è uno dei massimi beneficiari di finanziamenti e di infrastrutture cinesi, fra cui il corridoio ferroviario di Tazara che arriva al porto di Dar Es Salaam e consente il trasporto dallo Zambia di minerali e terre rare, destinati alle coste della Cina. Molto rilevanti sono anche gli accordi bilaterali nel settore della Difesa, in base ai quali si effettuano le esportazioni di armi cinesi, gli scambi di ufficiali e soldati, le iniziative di training e di assistenza tecnica. La Tanzania è un Paese di primo riferimento per le Autorità di Pechino, proprio perché è un modello di stabilità politica e sicurezza nel Continente, ed un simbolo della cooperazione Sud -Sud (fra l’altro è uno dei pochi Stati africani a non avere mai conosciuto un colpo di Stato).

Anche con Angola e Mozambico, per i legami storici che univano i movimenti indipendentisti dei due Paesi al blocco socialista internazionale, Pechino vanta ancora oggi relazioni privilegiate, che si traducono in un’onnipresenza cinese nei principali settori economici, evidenti soprattutto nei cosiddetti Parchi Industriali e nelle Zone Economiche Speciali. Altri Stati prioritari nella regione per la politica africana della Cina sono lo Zimbabwe, il Sud Africa, l’Uganda ed il Burundi.

Pechino è andata ampliando nel tempo la propria partecipazione alle forze multilaterali di peacekeeping, in coerenza con quella nuova dimensione di “Responsible Global Actor”, che intende affermare anche sul Continente africano. La missione UNMISS in Sud Sudan conta su una componente cinese molto rilevante, mentre essa è andata riducendosi di molto nella MONUSCO in Repubblica Democratica del Congo. Contingenti cinesi avevano preso parte in passato alla MINUSMA in Mali, e alla UNMIL in Liberia, fino alla loro chiusura. Anche nei confronti dell’African Union Pechino ha avviato una serie di collaborazioni mirate alla sicurezza continentale e regionale, che comprendono un finanziamento di 100 milioni di dollari per operazioni di peacekeeping e la creazione di una Africa Stand-by Force, ed iniziative di assistenza militare e di training nei vari settori della Difesa. Va ricordato che la Cina è uno dei pochi Paesi (fra essi anche l’Italia) ad avere una Rappresentanza diplomatica permanente presso l’U.A., a testimonianza dell’importanza conferita all’organismo panafricano per eccellenza.

L’approccio della Cina alla sicurezza del Continente africano è descritto in numerosi documenti strategici, come “ China and Africa in the New Era” (2021), e China-Africa Cooperation Vision 2035, che anticipano di 4 anni alcuni principi, inclusi anche nel Piano Mattei, come il partenariato fra eguali, l’importanza dell’ascolto delle esigenze africane, la collaborazione win-win, la sicurezza indivisibile, ed altri simili slogan di carattere eminentemente propagandistico. L’argomento “sicurezza strategica” viene periodicamente trattato anche nel quadro degli incontri della FOCAC, un Forum a cadenza triennale fra Cina ed Africa.

In conclusione, la presenza cinese in Africa è ormai talmente solida, articolata e profonda che non è immaginabile una sua riduzione nel prossimo futuro; considerato invece il ruolo di Potenza responsabile che la Cina pare voler ampliare e rafforzare, l’Occidente potrà cercare di coinvolgere Pechino in maniera crescente in iniziative di mantenimento della pace e nel contenimento del terrorismo nelle aree di crisi; sarà invece più difficile associarla nelle dinamiche anti-migratorie, tenuto conto che il tema non rientra nella collaborazione Sud-Sud, su cui si fonda il rapporto complessivo fra Pechino e l’Africa.

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