L’ombra lunga dei dazi annunciati da Donald Trump rischia di travolgere l’Italia, non solo sotto il profilo commerciale, ma anche e soprattutto sul fronte occupazionale. A lanciare l’allarme è l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che stima fino a 68mila posti di lavoro persi nel nostro Paese, con effetti a catena su interi settori produttivi e sul benessere delle famiglie.
Secondo quanto riferito dalla presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, in audizione davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, il colpo più duro potrebbe arrivare per settori strategici come la metallurgia, l’automotive, la chimica e la farmaceutica, comparti particolarmente legati al mercato statunitense. Anche i servizi professionali – dalla consulenza alla pubblicità, fino alla gestione del personale – potrebbero risentire di un contraccolpo pesante. Non si parla solo di merci, dunque, ma dell’intero ecosistema produttivo.
Ma l’aspetto più pericoloso dell’ondata protezionista americana non è ancora nei numeri, bensì nell’incertezza che genera. L’annuncio dei dazi ha già avuto un impatto devastante sulle Borse europee, con capitalizzazioni bruciate in poche ore e Milano in flessione di oltre sei punti percentuali. E quando l’instabilità colpisce i mercati, l’effetto si riflette rapidamente sulle decisioni d’investimento: si congelano i progetti, si rinviano le assunzioni, si stringono i margini. Inizia così una spirale che porta a tagli e sacrifici, prima nei bilanci delle aziende e poi nelle tasche delle famiglie.
In questo contesto, anche le proiezioni sulla crescita del Paese diventano più caute. Le stime del governo, che indicano un Pil in aumento dello 0,6% nel 2025, appaiono realistiche solo nel breve termine. L’Upb, invece, suggerisce maggiore prudenza per gli anni successivi, segnalando rischi al ribasso legati a dinamiche geopolitiche e turbolenze commerciali. Allo stesso tempo, la pressione fiscale – salita al 42,6% – e il rapporto debito/Pil in crescita fino al 137,6% nel 2026, disegnano uno scenario tutt’altro che roseo.
A prendere posizione è anche il mondo politico e imprenditoriale italiano. Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha sottolineato la necessità di scongiurare un’escalation nei rapporti commerciali, ribadendo l’impegno del governo nel tutelare il made in Italy. Sulla stessa linea, il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, che ha definito la guerra commerciale “potenzialmente letale” per entrambe le economie.
Confindustria, attraverso il presidente Emanuele Orsini, invoca un confronto serrato e unitario con gli Stati Uniti, condotto direttamente da Bruxelles. L’obiettivo è chiaro: evitare che i prodotti italiani diventino meno competitivi, in un mercato dove il prezzo – anche solo per pochi punti percentuali – può fare la differenza tra vendere o restare sugli scaffali.
Le aziende che esportano si trovano oggi di fronte a un bivio: trasferire l’aumento dei costi al consumatore o ridurre i margini di guadagno. Entrambe le scelte comportano rischi. Se la prima opzione può deprimere ulteriormente le vendite, la seconda può minare la sostenibilità delle imprese stesse. E intanto, sullo sfondo, resta la grande incognita: quanto di tutto questo si tradurrà in meno posti di lavoro, salari più bassi e maggiore insicurezza per milioni di famiglie?
Come in ogni crisi globale, l’Europa dovrà giocare la partita con una strategia condivisa. Ma l’Italia, con il suo profilo manifatturiero e la forte vocazione all’export, rischia di essere tra i Paesi più colpiti. E questa volta, il conto potrebbe arrivare molto presto.