Ad ottobre si è tenuto il Festival della Fotografia Etica di Lodi, alla sua XVI edizione: si tratta di un noto festival fotografico che dal 2010 porta nei palazzi e per le strade della città di Lodi quella che viene definita la “fotografia necessaria”. Per questo il Festival accoglie mostre ed esposizioni dai temi sociali, di inchiesta e di denuncia: dalle guerre (Gaza, Ucraina, Sudan) alla migrazione, dalla storia (la Jugoslavia degli anni ’90) alla crisi climatica.
Il Festival ospita l’esposizione ufficiale delle importanti fotografie del World Press Photo, che da 70 anni supporta, premia e incoraggia il fotogiornalismo, la fotografia documentaristica e di inchiesta, e che quest’anno ha assegnato il suo premio “World Press Photo of the Year” alla fotogiornalista palestinese Samar Abu Elouf per la foto Mahmoud Ajjour, Aged Nine (per il New York Times): la foto ritrae Mahmoud Ajjour, un bambino di nove anni a cui un attacco israeliano a Gaza City ha mutilato per sempre entrambe le braccia, dalla spalla in giù.
Il Festival tiene poi un proprio concorso internazionale, il World Report Award – Documenting Humanity, il cui soggetto è “l’umanità con le sue vicende pubbliche e private, le sue piccole e grandi storie; i fenomeni sociali, i costumi, le civiltà, le grandi tragedie e le piccole gioie quotidiane, i cambiamenti e l’immutabilità”.
In questo contesto, le foto da Gaza hanno chiaramente avuto molto spazio. Infatti all’interno del World Report Award, il premio per la categoria “Short Story” è stato assegnato a Loay Ayyoub, con la serie di potenti 10 scatti The Tragedy of Gaza: Loay è un fotoreporter palestinese che dall’ottobre 2023 al marzo 2024 ha fotografato per il Washington Post la devastazione e la disperazione del genocidio a Gaza, scattando una delle più famose, e commoventi, rappresentazioni della violenza bellica: la donna palestinese che stringe tra le mani un troppo piccolo corpo avvolto in un lenzuolo bianco e rosso di sangue, seduta tra altri corpi coperti, piangendo. La foto è stata scelta come “copertina” di questa edizione del festival.
Vincitore del “Master Award” è stato invece Federico Ríos, fotogiornalista colombiano collaboratore del New York Times, per il progetto Paths of Desperate Hopes, premiato anche dal World Press Photo. In esso il fotografo ha documentato con grande umanità ed empatia, forza visiva e intimità, la crisi umanitaria nella giungla al confine tra Panama e Colombia, dove moltissimi transitanti cercano di attraversare il fiume Darién: qui persone venezuelane, ecuadoregne, haitiane, ma anche cinesi ed afghane intraprendono il doloroso e pericoloso viaggio verso gli Stati Uniti.
Una fotografa italiana ha ricevuto la Menzione speciale del concorso: si tratta di Cinzia Canneri, premiata per un delicato progetto dal titolo Women’s Bodies as Battlefields. Il suo progetto inizia nel 2017, con l’obiettivo di essere testimone delle vite delle donne eritree, spinta da un urgente interesse per i paesi segnati dal colonialismo italiano, e della loro fuga dal paese verso l’Etiopia, a sud, o il Sudan, a nord. L’oggetto del suo obiettivo si è ampliato nel 2020, quando l’esercito etiope con il supporto di quello eritreo ha invaso il Tigray (regione a nord dell’Etiopia): alla diaspora delle donne eritree si sono aggiunte le donne tigrine, che percorrono gli stessi tragitti e subiscono le stesse violenze, soprattutto sessuali. Lo stupro è un’arma di guerra, e in questo contesto ha un doppio scopo: di punizione per le donne eritree, di sterminio di una popolazione per quelle tigrine. Sopra e con i loro corpi le donne portano attraverso i confini non solo la violenza, ma anche la cura, la resilienza e la resistenza. Molti scatti mostrano i segni di grosse ferite da armi da fuoco, ma nel progetto trovano spazio i tanti momenti di vicinanza tra le donne, di cura reciproca, di lavoro dei campi o di studio e preghiera. Alcune foto sono dedicate infine alla milizia armata composta di donne tigrine, che combattono per difendere la propria terra e loro stesse. La leader del gruppo ha 21 anni e il suo ruolo principale, racconta Canneri, non è tanto nell’addestramento, quanto nel supporto emotivo.
Diego Fedele, fotogiornalista freelance italiano, ha vinto con il progetto In the Shadow of a Deadly Sky il premio“Spotlight”: il soggetto della sua fotocamera è la guerra in Ucraina, seguita fin dal suo inizio, con scatti che raccontano la vita umana durante un conflitto aggressivo così lungo. Il fotografo spazia da immagini difficili di distruzione e di corpi non più vivi nelle strade, a momenti intimi nelle case, dove comunque non può esserci tranquillità.
Nel Festival ha trovato spazio anche la guerra civile in Sudan, esplosa nel 2023 dopo il crescere della lotta per il potere tra l’Esercito sudanese e il gruppo paramilitare delle Rapid Support Forces, una guerra che non trova voce nei nostri spazi culturali ma che dal 2019 provoca una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. Il fotogiornalista Giles Clarke ha trascorso due mesi sul campo a inizio 2025, dall’est del Sudan fino alla capitale Khartoum, realizzando il progetto Sudan Under Siege.
Infine, a commemorazione del trentesimo anniversario dal genocidio di Srebrenica (Bosnia-Erzegovina), in collaborazione con Fondazione VII è stata curata l’esposizione Jugoslavia: Atto Finale. A Trent'anni dal Genocidio di Srebrenica. Tra molti scatti dei devastanti conflitti interni alla Jugoslavia avvenuti negli anni ’90 e apparati testuali o mappe che permettono di ricostruire il contesto storico e mettere in fila gli eventi, un’esperienza densa ed emozionante: la guerra serba nella regione dalla Croazia fino al Kosovo, la risposta da parte della comunità internazionale, cioè di NATO e ONU, e il genocidio dei musulmani bosniaci avvenuto a Srebrenica per mano dell’esercito serbo.
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