A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
La decisione degli Stati Uniti di “negoziare” con la Russia l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina senza tenere in considerazione la voce delle sue istituzioni e dei suoi abitanti. Allo stesso modo l'intento spudoratamente estorsivo espresso da Donald Trump di rivendicare circa la metà della ricchezza minerale rara di questo paese come prezzo da pagare per il sostegno continuo offerto dagli USA, rivela molto su come si è trovato il presidente dell'Ucraina e il vertice dell’Unione Europea.
Ma la storia di questo pianeta ci informa che non è la prima volta che le grandi potenze si adoperano non poco per “patteggiare” la definizione di nuove frontiere o sfere di influenza senza doversi confrontare con l'opinione degli abitanti che ci vivono stabilmente da molti secoli. Queste politiche connaturatamente di potere appaiono così insopportabili e dispotiche che raramente finiscono bene per gli effetti che producono nello scorrere del tempo. Alcuni tra i principali ed eclatanti casi storici lo dimostrano.
La lotta per la suddivisione dell'Africa
Nell'inverno del 1884-1885, il leader tedesco Otto von Bismarck invitò le potenze europee a Berlino per una conferenza al fine di formalizzare la divisione di tutto il continente africano tra loro. Tra altre cose, tale conferenza condusse alla creazione dello Stato libero del Congo sotto il controllo assoluto del Belgio, con il seguito di un enorme depauperamento delle risorse locali e atrocità inferte fisicamente a milioni di abitanti colonizzati. La Germania ottenne la colonia del sud-est africano (l'attuale Namibia), dove più tardi fu perpetrato il primo genocidio del XX secolo contro il popolo residente.
La Convenzione Tripartita
Non solo l'Africa venne divisa in questo modo. Nel 1899, la Germania e gli Stati Uniti celebrarono una conferenza e forzarono un accordo con gli abitanti delle isole Samoa per dividere il loro arcipelago tra queste due potenze.
Questo evento è accaduto nonostante il fatto che gli samoani esprimessero il loro fermo desiderio di autogoverno o in alternativa la costituzione di una confederazione di stati del Pacifico con le isole Hawaii. Come "compensazione" per essere rimasta senza Samoa, alla Gran Bretagna venne dato il primato indiscusso sulla vicina isola di Tonga. E’ così che le isole Samoa tedesche passarono sotto il dominio della Nuova Zelanda dopo la prima guerra mondiale e rimasero un territorio autonomo fino al 1962. Le Samoa americane (più numerose altre isole dell’oceano Pacifico) rimangono ancora oggi un territorio facente parte degli Stati Uniti.
L'Accordo Sykes-Picot
All’apogeo della Prima guerra mondiale, i rappresentanti britannici e francesi si accordarono sulla suddivisione dell'Impero Ottomano oramai sconfitto. Come potente nemico, gli ottomani non furono invitati neanche come esterni al dibattito interno. Insieme, Mark Sykes dell'Inghilterra e François Georges-Picot della Francia ridefinirono profondamente i confini del Medio Oriente secondo gli esclusivi interessi ed intendimenti delle loro nazioni. L'Accordo Sykes-Picot evitò di considerare tutti compromessi politici da tempo acquisiti e persino descritti figurativamente in una numerosa serie di carte geografiche conosciute come la “corrispondenza Hussein-McMahon” . In queste carte, la Gran Bretagna promise di sostenere l'indipendenza delle comunità arabe dall’impero ottomano.
L’Accordo Sykes-Picot decise anche l’esatto contrario delle promesse fatte dalla Gran Bretagna ed enunciate nella cosiddetta “Dichiarazione Balfour”, ovvero quella di rivolgersi alla comunità dei sionisti i quali vorrebbero costruire una nuova patria unificata dalla religione ebraica nella provincia ottomana della Palestina. Questa consapevolezza si è successivamente convertita costituendo l’origine di svariati decenni di accesa conflittualità e sviluppo politico in tutto il Medioriente, le cui conseguenze sono tuttora visibili.
L'Accordo di Monaco
Nel settembre del 1938, il primo ministro britannico Neville Chamberlain insieme al primo ministro francese Édouard Daladier si riunirono con il dittatore fascista italiano, Benito Mussolini, e con il tedesco Adolf Hitler per firmare ciò che venne definito come l’”accordo di Monaco”. I leader cercarono di evitare la propagazione della guerra in Europa dopo che i nazisti di Hitler fomentarono un sollevamento e iniziarono ad attaccare le zone di lingua tedesca della Cecoslovacchia, più note come quella dei monti Sudeti. Lo hanno fatto con il puro pretesto di proteggere le minoranze tedesche. Nessun invitato cecoslovacco era presente a tale riunione.
La riunione è ancora definita da molti come il "tradimento di Monaco", un esempio classico dell’ abbandono fallito da parte di una potenza belligerante con la falsa speranza di evitare la guerra.
La conferenza di Évian
Nel 1938, 32 paesi si riunirono a Évian-les-Bains (Francia) per decidere come trattare i rifugiati considerati vittime della persecuzione da parte della Germania nazista.Prima di iniziare la conferenza, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti avevano concordato di non premere reciprocamente per sollevare le istanze dei delegati che avrebbero poi accettato di risiedere negli Stati Uniti oppure a loro scelta nella Palestina ormai di bandiera britannica. Anche Golda Meir (la futura leader israeliana) ha assistito alla conferenza ma solo come osservatrice, né lei né nessun altro rappresentante del popolo di quei territori poté partecipare a queste negoziazioni.
Il Patto Molotov-Ribbentrop
Quando Hitler pianificò la sua invasione dell'Europa orientale, era chiaro che il suo obiettivo principale era l'Unione Sovietica. La sua strategia passava per quella di firmare primariamente un falso trattato di non aggressione proprio con l’URSS. Il trattato, che portava il nome di Vyacheslav Molotov e Joachim von Ribbentrop (ministri degli Affari esteri sovietici e tedeschi), garantiva che l'Unione Sovietica non avrebbe risposto allorquando Hitler avesse invaso il territorio della Polonia. Divise anche l’Europa nelle due sfere naziste e sovietiche. Ciò permise ai sovietici di espandersi verso la Romania e gli Stati baltici, di attaccare la Finlandia e di appropriarsi della metà orientale del territorio polacco.
C’è da sperare che alcuni protagonisti delle conversazioni tra Stati Uniti e Russia sulla spartizione dell’Ucraina non veda una rinascita di questo tipo di cinica diplomazia segreta che in passato ha diviso verticalmente le nazioni più piccole d'Europa, spartendole tra le grandi potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale.
La Conferenza di Yalta
Con l'imminente sconfitta della Germania nazista, il primo ministro britannico Winston Churchill, il dittatore sovietico Josef Stalin e il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt si riunirono nel 1945 per decidere il destino dell'Europa del dopoguerra. Questa riunione era conosciuta come la “Conferenza di Yalta”. Insieme alla Conferenza di Potsdam celebrata diversi mesi dopo, Yalta determino con precisione l'architettura politica internazionale che condusse alla divisione dell'Europa durante la Guerra Fredda.
A Yalta, i “tre grandi” decisero la divisione della Germania, mentre Stalin gli offriva persino una sfera di interessi nell’Europa dell’Est.
Queste trasformazioni hanno preso la forma e la struttura di una serie di Stati controllati politicamente nell'Europa dell’Est, un modello che alcuni credono che Putin abbia voluto emulare oggi sia nell'Europa orientale che sudorientale. E analizzando quest’ultima frase si possono delineare diversi punti di riflessione di natura sia storica che politica.
In primo luogo, la frase vuole riferirsi alle profonde trasformazioni geopolitiche che sono avvenute in Europa a seguito della Seconda Guerra Mondiale. In particolare, sottolinea come i paesi dell'Europa orientale sono finiti sotto l'oppressiva influenza sovietica, creando un blocco di Stati satelliti controllati da Mosca.
Questa rete di alleanze e influenze politiche, formalizzata dal Patto di Varsavia nel 1955, divenne una componente chiave della Guerra Fredda, opponendo il blocco orientale comunista al blocco occidentale democratico e capitalista guidato dagli Stati Uniti e dal Consiglio Atlantico con la NATO.
In secondo luogo viene evocato un parallelismo tra la situazione storica del secondo dopoguerra e le ardite ambizioni politiche contemporanee di Vladimir Putin. Alcuni analisti deducono che il leader russo, Vladimir Putin, cerchi di ristabilire una sfera di influenza simile a quella ex-sovietica del Patto di Varsavia, nella quale la Russia eserciti un controllo opprimente ma determinante nel controllo delle nazioni confinanti, sia attraverso pressioni militari, politiche ed economiche, sia mediante azioni militari dirette, come si è visto nelle recenti crisi in Georgia, Crimea e Ucraina.
Questa prospettiva di rinascita del controllo russo in Europa orientale e sudorientale suscita numerose e allarmate domande sull'equilibrio del potere globale e sulla sicurezza e stabilità internazionale. Riecheggiano anche le preoccupazioni per il ritorno a una diplomazia caratterizzata da accordi segreti e manovre geopolitiche aggressive, come quelle che caratterizzarono i rapporti tra le grandi potenze durante il periodo tra le due guerre mondiali.
In conclusione, quanto sopra invita a una riflessione critica sulle dinamiche di potere attuali, mettendo in evidenza il rischio di ripetere i terribili errori del passato. Inoltre sottolinea l'importanza di agire nella prassi politica internazionale esercitando una diplomazia trasparente e rispettosa della sovranità delle nazioni. Essa costituisce un severo monito a vigilare contro le tendenze autoritarie e imperialiste che potrebbero minacciare concretamente la pace e la sicurezza internazionale.
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Redazione
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