Le montagne dell’autonomia: i drusi e la nuova geografia del potere in Siria

Nel Sud della Siria la comunità drusa sta trasformando il vuoto lasciato dallo Stato in uno spazio di negoziazione geopolitica tra Israele, Iran e Damasco.

  Articoli (Articles)
  Giorgia Cremona
  14 May 2026
  5 minutes, 37 seconds

Il Sud siriano oltre la guerra civile

Nel racconto occidentale della guerra in Siria, il Sud del Paese occupa uno spazio marginale. L’attenzione internazionale continua a concentrarsi su Gaza, sul Libano meridionale o sulle aree curde del Nord-Est siriano, mentre la provincia di Suwayda attraversa una trasformazione politica destinata a incidere sugli equilibri dell’intero Levante. In questa regione montuosa, storicamente abitata dai Drusi, il progressivo arretramento dello Stato siriano ha aperto un vuoto di potere che attori locali e potenze regionali stanno tentando di riempire.

La crisi non riguarda soltanto il controllo del territorio. Riguarda soprattutto la ridefinizione della sovranità nel Medio Oriente contemporaneo. Dopo oltre un decennio di guerra civile, Damasco mantiene formalmente il controllo di ampie porzioni del Paese, ma in molte aree periferiche la sovranità statale esiste ormai soltanto sulla carta. Suwayda rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa frammentazione: una provincia ancora nominalmente siriana, ma sempre più autonoma sul piano politico, militare ed economico.

La sopravvivenza come forma politica

I drusi costituiscono una minoranza etnoreligiosa nata nell’XI secolo da una derivazione dell’Islam sciita ismailita. Comunità storicamente riservata e fortemente gerarchica, i drusi si distribuiscono oggi tra Siria, Libano, Israele e Giordania. In Siria rappresentano circa il 3% della popolazione e risultano concentrati soprattutto nella regione del Jabal al-Druze, nel governatorato di Suwayda.

La loro storia politica è inseparabile dalla geografia. Nel Levante, le montagne non hanno mai rappresentato soltanto un elemento naturale: sono state dispositivi di sopravvivenza. Come i maroniti nel Libano settentrionale o i curdi tra Anatolia e Mesopotamia, anche i drusi hanno costruito la propria continuità politica sfruttando l’isolamento territoriale. L’autonomia drusa non nasce dunque da un progetto statale moderno, ma dalla capacità di trasformare la marginalità geografica in protezione strategica.

Per secoli i drusi hanno evitato lo scontro frontale con le grandi potenze regionali, preferendo una politica di adattamento e negoziazione continua. Durante il mandato francese in Siria, Parigi utilizzò le minoranze confessionali per indebolire il nazionalismo arabo sunnita; successivamente, sotto Hafez al-Assad prima e Bashar al-Assad poi, la comunità drusa mantenne un rapporto pragmatico con Damasco, basato su una limitata autonomia locale in cambio della lealtà politica.

Oggi quel compromesso appare sempre più fragile.

Suwayda e il collasso della centralità statale

La guerra civile siriana ha progressivamente eroso la capacità del regime di controllare le periferie del Paese. Sebbene Suwayda sia rimasta relativamente distante dalle principali linee del conflitto, il deterioramento economico della Siria ha colpito profondamente anche la provincia drusa. Inflazione fuori controllo, crollo della valuta nazionale, disoccupazione e assenza di servizi hanno trasformato il malcontento sociale in contestazione politica.

Dal 2023 Suwayda è diventata uno dei principali centri di protesta contro Bashar al-Assad. A differenza di altre aree siriane, tuttavia, le manifestazioni non si sono tradotte in una guerra aperta contro Damasco. I drusi sembrano aver compreso che il vero obiettivo non è rovesciare il regime, ma impedire il ritorno di un controllo centrale assoluto. Per questo motivo, negli ultimi anni, sono cresciute milizie locali incaricate di garantire sicurezza e gestione del territorio in maniera sostanzialmente autonoma.

La posizione geografica di Suwayda rende questa dinamica particolarmente delicata. Il governatorato confina infatti con la Giordania, si trova a breve distanza dalle Alture del Golan occupate da Israele ed è attraversato dalle principali rotte del traffico di Captagon, la droga sintetica che rappresenta una delle economie parallele più redditizie del conflitto siriano. In Medio Oriente, la geografia continua a determinare il valore politico dei territori più delle ideologie.

Israele e la logica della profondità strategica

Per Israele, il Sud della Siria costituisce prima di tutto un problema di sicurezza. La presenza di milizie filo-iraniane vicino al Golan rappresenta una delle principali linee rosse strategiche per Tel Aviv. Negli ultimi anni l’avanzamento dell’influenza iraniana in Siria ha spinto Israele a moltiplicare raid aerei contro infrastrutture militari, convogli logistici e figure legate ai Pasdaran o a Hezbollah.

In questo contesto, la comunità drusa viene percepita come un elemento relativamente stabile in un ambiente regionale sempre più volatile. Israele intrattiene già un rapporto particolare con i drusi presenti entro i propri confini: circa 150 mila cittadini drusi israeliani partecipano tradizionalmente al servizio militare e occupano posizioni rilevanti nell’apparato statale e securitario. Questo rapporto ha favorito negli ultimi anni l’apertura di canali informali anche verso i drusi siriani, soprattutto sul piano umanitario e religioso.

Tuttavia, Tel Aviv non sembra interessata alla creazione di un’entità drusa indipendente nel Sud della Siria. Uno Stato druso sarebbe militarmente vulnerabile e incapace di sopravvivere senza protezione esterna permanente. Israele punta piuttosto a consolidare una fascia territoriale non ostile lungo il confine settentrionale, impedendo che l’Iran trasformi il Sud siriano in una piattaforma operativa contro il territorio israeliano.

I drusi diventano così una componente funzionale della strategia israeliana di profondità difensiva: non veri alleati, ma attori utili alla stabilizzazione del confine.

Il ritorno delle comunità nel Medio Oriente frammentato

Il caso druso riflette una trasformazione più ampia del Medio Oriente contemporaneo. Il progressivo indebolimento degli Stati arabi sorti nel Novecento sta riportando al centro comunità religiose, tribali ed etniche che sembravano subordinate alla dimensione nazionale. In Iraq, Siria e Libano la sovranità statale appare sempre più sostituita da reti locali di appartenenza, milizie e potenze regionali concorrenti.

I cristiani levantini hanno subito un esodo massiccio; gli yazidi sono stati travolti dalla violenza dello Stato Islamico; i curdi continuano a oscillare tra aspirazioni autonomiste e frammentazione interna; gli alawiti vedono progressivamente erodersi il sistema di potere costruito attorno alla famiglia Assad. In questo scenario, la sopravvivenza delle minoranze non dipende più dalle costituzioni o dalle garanzie internazionali, ma dalla loro capacità di rendersi strategicamente necessarie.

I drusi del Sud della Siria sembrano averlo compreso prima di altri. Nel Levante contemporaneo l’autonomia non si proclama ufficialmente: si costruisce lentamente, sfruttando il vuoto lasciato dagli Stati e negoziando quotidianamente con le potenze regionali. Le montagne del Jabal al-Druze, ancora una volta, non rappresentano soltanto un rifugio geografico. Rappresentano una forma politica di sopravvivenza.

Share the post

L'Autore

Giorgia Cremona

Tag

Siria Drusi mediooriente Israele Geopolitica Iran minoranze