In seguito al bombardamento statunitense che, nella notte tra il 21 e il 22 giugno, ha colpito tre siti nucleari iraniani, Teheran ha minacciato di impedire il transito di qualsiasi nave straniera attraverso lo Stretto di Hormuz.
La minaccia iraniana di chiudere il traffico marittimo, emersa in risposta all’attacco, ha riacceso l’attenzione su uno snodo che, per motivi storici e geopolitici, rappresenta un punto di frizione strutturale nell’ordine internazionale.
Lo Stretto di Hormuz è spesso al centro del dibattito geopolitico, ma qual è la ragione della sua rilevanza strategica e da quando riveste un ruolo cruciale nello scenario internazionale?
Lo Stretto rappresenta un corridoio marittimo di importanza cruciale, attraverso il quale transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di petrolio, pari a circa il 20% del consumo globale di idrocarburi, oltre a quasi un quinto del traffico mondiale di gas naturale liquefatto. La centralità commerciale di questa rotta è cresciuta soprattutto per il collegamento con le principali economie asiatiche, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud e India. Infatti, l’80% del greggio che transita attraverso lo Stretto è diretto in Asia, soprattutto in Cina e in India, per circa il 40% del totale.
Negli ultimi decenni, l’importanza dello Stretto è cresciuta in modo significativo per la scoperta di enormi giacimenti di petrolio e gas naturale. Queste risorse hanno reso paesi come Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti attori energetici di primo piano a livello globale. Lo Stretto rappresenta una delle vie di navigazione più importanti al mondo, in quanto costituisce l’unico sbocco marittimo dal Golfo Persico verso l’oceano aperto. Le rotte di transito, regolate dall'Organizzazione marittima internazionale tramite un sistema di separazione del traffico, si estendono per appena due miglia in ciascuna direzione, obbligando le superpetroliere di maggiori dimensioni a percorrere un tratto estremamente esposto e fragile.
A partire dagli anni ’70, alcuni Paesi del Golfo, in particolare l’Iran, hanno investito nello sviluppo della propria industria di raffinazione. Nonostante ciò, la maggior parte del petrolio continua a essere esportata verso mercati lontani, soprattutto in Europa e Asia orientale, rendendo le rotte marittime del Golfo fondamentali per l’economia globale. Dopo la Prima guerra del Golfo, per proteggere questi corridoi strategici, il Dipartimento della Difesa statunitense ha istituito la Quinta Flotta con circa 9.000 militari, con base in Bahrein, incaricata di garantire la sicurezza del Golfo Persico, del Mar Arabico, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano occidentale.
Proprio per mitigare i rischi legati a questa rotta strategicamente delicata, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno investito nella costruzione di oleodotti terrestri alternativi. Il motivo non è solo logistico, ma soprattutto geopolitico: la competizione per il controllo delle risorse energetiche del Golfo è stata alla base di molti dei conflitti che hanno segnato la storia recente della regione. La lunga guerra tra Iran e Iraq negli anni Ottanta fu in parte alimentata dal desiderio di dominare territori ricchi di petrolio e vie marittime cruciali per l’export energetico. Nei decenni successivi, la stessa logica ha guidato altri conflitti: dall’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990, fino all’intervento statunitense in Iraq del 2003, almeno in parte riconducibile all’importanza energetica del Paese.
Questo ruolo strategico si innesta su una lunga storia di rivalità, commerci e contese. Lo Stretto di appena 33 chilometri, situato tra Iran e Oman, collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e al Mar Arabico. Il suo nome lo deve probabilmente all’antico regno di Ormus, il quale nell’undicesimo secolo d.C. controllava entrambe le sponde, quella nord e quella sud. Sin dai tempi più antichi, era evidente che il controllo delle rive dello stretto garantiva il dominio sui traffici marittimi diretti verso l’oceano. L’isola più estesa dell’area, Qeshm, risultava abitata già dal terzo millennio a.C., mentre sull’isola vicina, Hormuz (chiamata con lo stesso nome dello stretto) è ancora visibile una fortezza portoghese, il Forte de Nossa Senhora da Conceição, costruita nel 1515.
Perfino il nome è oggetto di disputa in quanto viene chiamato Golfo Persico o Golfo Arabico in base alla sponda dove ci si trova. La dicitura iraniana, Golfo Persico, è stata contestata da alcuni Paesi arabi sin dagli anni ’60, sia per la rivalità tra alcuni Stati arabi e l’Iran, si per l’emergere del panarabismo e del nazionalismo arabo. Di conseguenza, in molti Stati arabi la zona viene indicata con il termine “Golfo Arabico”.
Prima della scoperta del petrolio in Iran nel 1908, l’importanza del Golfo Persico era legata principalmente ad attività tradizionali come la pesca, il commercio di perle, la costruzione dei dhow (le tipiche imbarcazioni a vela arabe), la tessitura di vele, l’allevamento di cammelli e la produzione di stuoie. Tuttavia, a partire dalla Seconda guerra mondiale, il ruolo strategico dell’area è profondamente cambiato: i Paesi che vi si affacciano sono diventati protagonisti nel mercato globale dell’energia, consolidando la loro posizione come principali produttori ed esportatori di petrolio.
Oggi la dipendenza energetica di grandi potenze come la Cina conferisce al corridoio un valore ancora più rilevante. L’Iran ha riorientato le proprie esportazioni di petrolio verso la Cina, oggi principale acquirente mondiale di greggio. Questo flusso commerciale rappresenta una componente essenziale del prodotto interno lordo iraniano, evidenziando una forte dipendenza economica da Pechino, in particolare dal settore automobilistico cinese, strettamente legato all’approvvigionamento energetico. Circa il 45% del petrolio consumato in Cina viene utilizzato per il trasporto su strada, comprendente auto private, trasporto merci e trasporto pubblico. Eventuali interruzioni nella circolazione del petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz rischierebbero di far aumentare significativamente i prezzi del carburante, con conseguenze dirette sui costi della mobilità e della logistica, e un potenziale impatto negativo sulla domanda di veicoli e sulla crescita del comparto automobilistico.
La Cina non importa petrolio esclusivamente dall’Iran, ma anche da altri importanti produttori della regione, come l’Arabia Saudita e l’Oman. In totale, oltre il 60% delle forniture petrolifere della Repubblica Popolare Cinese passa attraverso lo Stretto di Hormuz, rendendo Pechino particolarmente esposta ai rischi legati a eventuali tensioni in quest’area strategica. Questa forte dipendenza energetica induce la Cina a mantenere un equilibrio diplomatico delicato tra l’Iran e i Paesi arabi del Golfo, nel tentativo di garantire la continuità dei flussi di petrolio indispensabili per sostenere il proprio apparato industriale e il settore automobilistico. In questo contesto, Pechino assume un ruolo sempre più rilevante nella diplomazia regionale, impegnandosi a prevenire crisi e a preservare la stabilità dei mercati.
Questa combinazione di rilevanza storica, competizione per le risorse e dipendenze energetiche globali fa dello Stretto di Hormuz un punto di frizione costante nell’ordine internazionale. Eventuali tensioni o blocchi della navigazione non avrebbero soltanto ripercussioni locali, ma produrrebbero effetti dirompenti sui mercati energetici, sulla stabilità economica di potenze come la Cina e, più in generale, sugli equilibri geopolitici dell’intero sistema globale.
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L'Autore
Valentina Cannito
Tag
Hormuz Tensioni Organizzazioni internazionali