I giorni bui del Myanmar

Dalla promessa democratica alla guerra civile: repressione, crisi umanitaria e violazioni dei diritti umani

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  Angela Sartori
  29 July 2026
  5 minutes, 37 seconds

Ad oggi il Myanmar versa in condizioni estremamente drammatiche. Tutto è iniziato con il colpo di Stato del 2021, che ha portato le forze armate al potere. In seguito, la popolazione ha organizzato manifestazioni pacifiche, che la giunta militare ha represso con la violenza. Nel Paese si sono così delineate diverse fazioni, rappresentanti delle varie minoranze etniche, che si sono scontrate contro l'esercito birmano. Ben presto, gli scontri sono degenerati in una vera e propria guerra civile che continua ancora oggi, accompagnata da continue violazioni del diritto internazionale.

La popolazione si trova quindi in una condizione sempre più precaria, con il numero di vittime e di sfollati interni che continua ad aumentare incessantemente. Le decisioni prese dalla giunta militare non fanno altro che peggiorare ulteriormente la situazione del Paese.

Tra dicembre 2025 e l'inizio del 2026, la giunta militare, nel tentativo di dare una parvenza di legittimità sul piano internazionale, ha indetto nuove elezioni. I principali leader politici si trovavano però in carcere e impossibilitati a partecipare, tra cui anche l'ex presidente del Myanmar, Aung San Suu Kyi, mentre i reali partiti di opposizione erano stati messi al bando. Di conseguenza, è evidente come le elezioni fossero ben lontane da qualsiasi standard democratico.

Come era prevedibile, il partito filo-militare USDP ha vinto le elezioni. L'esito del voto, condannato dalla comunità internazionale, non ha fatto altro che inasprire ulteriormente il conflitto in corso, causando una riacutizzazione degli scontri armati.

La crisi umanitaria in numeri

Oggi, una parte del Myanmar è sotto il controllo della giunta militare, mentre il resto del territorio è frammentato tra le fazioni della resistenza.

L'impatto di questa crisi sulla popolazione civile ha raggiunto dimensioni catastrofiche. Secondo i dati più recenti delle Nazioni Unite e di organizzazioni non governative come Amnesty International, l’escalation dei combattimenti ha portato ad un aumento di sfollati interni, che raggiungono quasi i 4 milioni di persone. Inoltre, si stima che circa 16 milioni di cittadini, circa un terzo della popolazione, abbiano bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere.

A completare questo preoccupante quadro dal punto di vista umanitario, la giunta militare continua la propria politica di repressione in molti ambiti della vita dei cittadini birmani.

La società civile si trova in estrema difficoltà, dato che la libertà di espressione è praticamente azzerata a causa della censura e da un controllo capillare condotto grazie a sorveglianza di massa e blocchi a Internet.

Le conseguenze per la popolazione civile: donne e bambini nel mirino

Inoltre, per colpire i gruppi di guerriglieri presenti nelle varie parti del Paese, la giunta sta conducendo numerosi raid aerei che, oltre a colpire le basi della resistenza, prendono spesso di mira anche strutture civili, come scuole, ospedali e piccoli villaggi. Secondo Amnesty International, il 2025 è stato l'anno più grave per i bambini dall'inizio dell'insurrezione, a dimostrazione di un conflitto che non si priva dei più estremi crimini di guerra.

Tutto questo è ulteriormente complicato dal fatto che la guerra e gli attacchi hanno provocato una gravissima carenza di personale medico, con oltre 1.900 attacchi diretti contro le strutture sanitarie e con medici arrestati o perseguitati. La situazione diventa ancora più complessa se si considera che, oltre ai danni e alle macerie provocati dagli scontri bellici, dal 2021 il Myanmar è stato colpito anche da diverse calamità naturali, come il terremoto del 2025. In quell'occasione, sebbene la comunità internazionale avesse inviato aiuti umanitari, questi venivano utilizzati come arma dalla giunta, che ne impediva l'ingresso nei territori non controllati dalle proprie forze.

Le conseguenze del conflitto si riflettono anche nella vita quotidiana delle persone, colpendo in modo particolare le categorie più vulnerabili, come donne e ragazze. Come riporta OCHA, si è assistito a un costante aumento dei matrimoni forzati, della tratta di esseri umani e dello sfruttamento sessuale, fenomeni aggravati dal collasso economico.

La situazione è resa ancora più delicata dall'introduzione, nel 2024, della leva obbligatoria, estesa anche alle ragazze. Questo ha causato molta preoccupazione tra le giovani generazioni, che si sono ritrovate a dover scegliere se fuggire negli Stati vicini, vivere da clandestini oppure arruolarsi e combattere nell'esercito oppressore.

La fame come arma e la crisi dei Rohingya

Inoltre, circa 12,4 milioni di persone, pari a circa un cittadino su quattro, si trovano in una situazione di grave insicurezza alimentare. Di queste, circa un milione vive nella fase più acuta, a un passo dalla carestia. Oltre 400.000 donne e bambini vivono invece in condizioni di grave malnutrizione e sopravvivono esclusivamente grazie a diete composte da riso bianco e porridge. Il razionamento del cibo è ormai una realtà per quasi il 50% della popolazione, mentre il lavoro minorile, i matrimoni precoci e la prostituzione sono sempre più spesso utilizzati come mezzi di sopravvivenza. Oltre alle fragili dinamiche politiche interne, l'impossibilità di praticare l'agricoltura locale è dovuta anche al contesto geopolitico internazionale, che ha provocato un forte aumento dei prezzi del carburante e dei fertilizzanti.

Nello Stato di Rakhine, detto anche Arakan, la situazione si è rivelata particolarmente grave. Si tratta infatti di uno dei principali centri della resistenza, che controlla 14 dei 17 distretti dello Stato. Per questo motivo è stato completamente isolato dalla giunta militare, con la conseguenza di aver portato la popolazione in condizioni di carestia. Al suo interno si trovano circa 500.000 sfollati. 200.000 di essi appartengono all'etnia Rohingya, una minoranza musulmana e una delle comunità più colpite da questa crisi.

In passato, essi sono stati vittime di gravi pulizie etniche, una ferita ancora aperta nella storia del Paese, che li ha resi oggetto di continue discriminazioni. Inoltre, a seguito della legge sulla cittadinanza del 1982, molti Rohingya sono stati privati della cittadinanza, diventando di fatto una delle più grandi comunità apolidi al mondo. Oggi le persecuzioni continuano. Per questo molti di loro cercano rifugio all'estero, ma la loro condizione nei paesi limitrofi rimane vulnerabile.

Il Myanmar, diventato indipendente dal Regno Unito nel 1948, aveva vissuto per decenni sotto una dittatura militare fino al 2011, quando sembrava aver finalmente intrapreso un percorso verso una parvenza di democrazia. Oggi, invece, il Paese è nuovamente precipitato in una crisi profonda, segnata da un conflitto che continua ad aggravare le condizioni della popolazione civile, il cui futuro appare sempre più buio.




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L'Autore

Angela Sartori

Angela Sartori si è laureata in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES) presso l'Università di Bologna. Le tematiche che ha affrontato durante il suo corso di studi si sono concentrate principalmente sui fenomeni migratori e sulle problematiche legate alle minoranze etniche, nonché sulle relazioni lasciate dall'eredità sovietica in particolare in Ucraina, nella Federazione Russa e negli stati del Caucaso meridionale.

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Diritti Umani

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myanmar #CivilWar sfollati Rohingya golpe #HumanitarianCrisis Crisi alimentare