Darfur: riecco l'inferno

Il suggellamento del potere dei ribelli jihadisti nella regione rievoca i fantasmi del genocidio

  Articoli (Articles)
  Francesco Oppio
  16 November 2025
  3 minutes, 40 seconds

Dopo venti anni, il Darfur è ripiombato nel caos. Su quelle stesse terre in cui, agli inizi del nuovo millennio, si è consumato il genocidio della popolazione non-araba con l'acquiescenza del governo sudanese, oggi le milizie paramilitari note come Rapid Support Forces (RSF) stanno attuando le medesime atrocità.

Il Sudan è preda dello scontro aperto tra le RSF e l’esercito regolare (SAF) da ormai due anni e mezzo, da quando le divergenze politiche tra le figure di spicco di Abdel Fattah al-Burhan, generale autoproclamatosi presidente del Paese nel 2021 in seguito ad un colpo di Stato, e Mohamed Hemedti Dagalo, suo braccio destro, sono sfociate in una lotta per il potere da risolvere a colpi d’arma da fuoco. Dalle strade della capitale Khartum, la guerriglia si è rapidamente estesa a tutto il territorio nazionale, con la regione del Darfur, sita a occidente, divenuta obiettivo primario per le RSF al servizio di Dagalo.

Il motivo di questo interesse, oltre alle importanti riserve d’oro che, tuttavia, sono disseminate in lungo e in largo per gran parte del sottosuolo sudanese, ha radici profonde, di natura etnica e religiosa. Le odierne milizie paramilitari, infatti, altro non sono che gli eredi dei combattenti mujahidin, ovvero di quei guerrieri islamici impegnati nel jihad (la guerra santa) che terrorizzarono il Darfur nei primi anni 2000, rivelandosi come gli autori materiali di quello che la Corte penale internazionale ha riconosciuto essere un genocidio.

All’epoca divenuti noti alla stampa occidentale col sostantivo Janjawid (demoni a cavallo), oggi queste milizie hanno abbandonato i destrieri per i droni, grazie a nutriti finanziamenti esteri che ne sostengono lo sforzo bellico contro l’esercito regolare. In gran parte appoggiate dagli Emirati Arabi Uniti, che mirano a proteggere le riserve auree sudanesi e a garantire la propria egemonia sulle coste del Mar Rosso, le forze di Dagalo hanno segnato un punto di svolta nel conflitto con la presa di El Fasher il 26 ottobre, dopo ben 18 mesi di assedio. Simbolo dell’ultima roccaforte del potere di Khartum in Darfur, la caduta della città nelle mani delle RSF ha decretato l’estensione del potere delle falangi ribelli sull’intera provincia storica, consolidando le fondamenta del governo parallelo insediatosi nella città di Nyala ad agosto.

Nei giorni immediatamente successivi alla vittoria dei paramilitari, l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha denunciato l’uccisione di centinaia di civili presenti nell’ultimo ospedale della città, nonché l’assassinio di migliaia di cittadini in fuga per le strade. Un numero spropositato di individui è stato giustiziato sul posto “senza alcun apparente motivo”, ha commentato il direttore generale dell’organizzazione, Tedros Adhanom Ghebreyesus, una violenza documentata, peraltro, da numerosi video pubblicati dagli stessi miliziani sui principali social network. Le vittime di questi massacri sono riconducibili alla minoranza non araba della popolazione presente nella regione, un fattore che pone l’odio etnico e razziale al centro della vicenda, dimostrando, come riporta il New York Times, che “le medesime rivalità etniche che sconvolsero il Darfur vent’anni fa sono alla base degli abusi odierni”.

Il dramma darfuriano, che si ripresenta innanzi alla comunità internazionale, si estende in realtà all’intero territorio del Sudan, il terzo paese più grande del continente africano, stretto nella morsa di una crisi umanitaria di dimensioni bibliche. Dall’aprile del 2023 sono ben 14 milioni gli sfollati prodotti dal conflitto, e almeno 400mila i morti, caduti sotto le bombe, assassinati o vinti dalla fame. Il destino del popolo sudanese, tuttavia, non pare essere nelle sue mani. Lo scontro ha da tempo assunto la forma di una guerra per procura, coi Paesi del Golfo che aspirano ad incrementare la propria influenza sul Corno d’Africa, un’area del globo dalla quale Washington ha distolto l’attenzione.

Nell’opinione dell’esperto di giustizia globale Eric Friedman, il modo più immediato per porre un freno a questa mattanza di civili sarebbe “esercitare pressione sui grandi finanziatori esteri”. Un pensiero condiviso anche dal sottosegretario generale per gli aiuti umanitari ONU Tom Flechter, che tuttavia intravede nell’assordante silenzio della comunità internazionale una “drammatica crisi d’apatia”.

Share the post

L'Autore

Francesco Oppio

Tag

darfur #genocide Sudan guerra droni