Energia, PNRR e Difesa: quando la transizione ecologica diventa una questione di sicurezza nazionale

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  Alessia Bernardi
  23 October 2026
  7 minutes, 55 seconds

Per molto tempo la transizione energetica è stata raccontata soprattutto attraverso il linguaggio dell'ambiente: ridurre le emissioni, aumentare le rinnovabili, diminuire il consumo di combustibili fossili. Oggi questo racconto non è più sufficiente. L'energia è diventata una questione di sicurezza, e la guerra in Ucraina ha reso evidente quanto la dipendenza energetica possa trasformarsi rapidamente in una vulnerabilità politica ed economica.

Per l'Italia il problema è particolarmente rilevante perché un sistema energetico esposto alle importazioni e alle oscillazioni dei mercati internazionali non riguarda soltanto le bollette di famiglie e imprese, ma anche la capacità dello Stato di garantire continuità alle proprie infrastrutture strategiche. È dentro questa trasformazione che va letto il PNRR. Il Piano non nasce come un programma di sicurezza nazionale, né come uno strumento destinato alla Difesa, ma una parte consistente delle sue risorse è stata indirizzata verso la trasformazione del sistema energetico e ambientale italiano. La Missione 2, dedicata alla rivoluzione verde e alla transizione ecologica, interviene infatti su rinnovabili, reti, efficienza energetica, mobilità sostenibile, idrogeno e resilienza del territorio. Il punto politico interessante, però, è un altro: quanto questi investimenti siano in grado di produrre anche un effetto di sicurezza. La domanda non è dunque semplicemente se il PNRR abbia finanziato più pannelli solari o reti elettriche più moderne, ma se l'Italia stia costruendo un sistema energetico meno vulnerabile agli shock esterni. È una distinzione importante. Una transizione energetica può essere valutata in termini di emissioni e produzione rinnovabile, ma la sicurezza energetica richiede qualcosa di più: diversificazione delle fonti, infrastrutture robuste, capacità di produzione interna, sistemi di accumulo, reti intelligenti e soprattutto la possibilità di continuare a garantire energia anche quando il contesto internazionale diventa instabile. In altre parole, la questione energetica è passata dal ministero dell'Ambiente alla geopolitica. E questo cambiamento obbliga anche a rivedere il modo in cui vengono pensati gli investimenti pubblici.

Il PNRR rappresenta quindi una sorta di banco di prova della capacità italiana di trasformare una vulnerabilità strutturale in una politica di resilienza. Gli investimenti nelle reti e nella produzione da fonti rinnovabili possono infatti avere una conseguenza che va oltre la dimensione climatica: ridurre la dipendenza da alcuni approvvigionamenti esterni e rendere il sistema più distribuito. Ma proprio qui emerge uno dei problemi principali della politica energetica italiana. Produrre più energia rinnovabile non significa automaticamente avere un sistema più sicuro. Le fonti rinnovabili sono distribuite sul territorio e, soprattutto nel caso di solare ed eolico, hanno una produzione variabile. Per questo la vera partita si gioca anche sulle reti, sugli accumuli e sulla capacità di gestire flussi energetici sempre più complessi. Il rischio, altrimenti, è quello di costruire nuova capacità produttiva senza riuscire a garantire la stessa velocità di adeguamento delle infrastrutture che devono trasportare e gestire quell'energia. La sicurezza energetica diventa così un problema infrastrutturale prima ancora che tecnologico.

Il tema riguarda anche la sicurezza delle stesse infrastrutture: reti elettriche, sistemi digitali e impianti energetici sono diventati asset strategici e, proprio perché sempre più interconnessi, sono esposti contemporaneamente a rischi fisici, climatici e informatici. È qui che ambiente ed energia iniziano a incontrare la sicurezza nazionale. Eventi climatici estremi possono danneggiare infrastrutture, mentre interruzioni o attacchi contro sistemi energetici possono avere conseguenze sull'intero funzionamento del Paese. La resilienza, quindi, non è soltanto la capacità di produrre energia pulita, ma la capacità di mantenere operativo il sistema quando qualcosa va storto. Il PNRR offre strumenti importanti per intervenire su questo terreno, ma la sua efficacia dipende anche dalla capacità delle istituzioni di collegare politiche che tradizionalmente vengono gestite separatamente. Energia, ambiente, infrastrutture e sicurezza hanno infatti amministrazioni, interessi e tempi decisionali differenti. È proprio questa frammentazione a rappresentare una delle questioni politiche più interessanti. Se la sicurezza energetica è diventata un obiettivo trasversale, la domanda diventa allora se anche la governance pubblica sia sufficientemente integrata per affrontarlo.

La Difesa costituisce il caso più evidente di questa intersezione. Per un'organizzazione militare l'energia non è soltanto una voce di bilancio o una questione ambientale: è una condizione operativa. Caserme, basi, aeroporti, porti, sistemi di comunicazione e infrastrutture logistiche necessitano di approvvigionamenti energetici continui. Un'interruzione prolungata può quindi trasformarsi in un problema operativo. Non sorprende, per questo, che il Ministero della Difesa abbia sviluppato una propria Strategia Energetica e che negli ultimi anni abbia collegato sempre più esplicitamente efficientamento, sostenibilità e sicurezza. Nel Documento Programmatico Pluriennale 2024-2026 la Difesa indica infatti l'autonomia e l'efficientamento energetico delle proprie infrastrutture tra gli obiettivi da perseguire, collegandoli alla necessità di garantire l'operatività in scenari caratterizzati anche dagli effetti del cambiamento climatico. Nel Report Difesa 2025 il Ministero ha inoltre indicato la resilienza energetica come una priorità per la sicurezza nazionale e ha descritto un percorso verso una maggiore autoproduzione di energia da fonti rinnovabili attraverso aree demaniali e infrastrutture militari. Il documento riporta un fabbisogno elettrico annuo della Difesa di circa 594 GWh e indica una prima tranche di 33 siti strategici distribuiti in sette regioni nell'ambito del progetto di sviluppo delle rinnovabili. Il punto interessante, dal punto di vista dell'analisi delle politiche pubbliche, è che la sostenibilità può assumere per la Difesa una funzione molto diversa rispetto a quella che ha nel dibattito politico generale. Un pannello solare installato su un'infrastruttura militare non è soltanto uno strumento per ridurre le emissioni: se inserito in un sistema adeguato di accumulo e gestione dell'energia, può contribuire anche a ridurre la dipendenza della struttura dalla rete esterna. Lo stesso vale per le microgrid, per i sistemi di gestione intelligente dell'energia e per le tecnologie di accumulo.

Il Ministero della Difesa e l'ENEA hanno infatti formalizzato nel 2024 un accordo quadro che comprende, tra gli altri ambiti, fonti rinnovabili, biocarburanti, decarbonizzazione, efficientamento degli edifici, micro e smart grid, hub energetici e monitoraggio delle infrastrutture critiche. Questo apre anche una questione industriale. Molte delle tecnologie necessarie alla transizione energetica hanno applicazioni potenzialmente dual-use e possono coinvolgere contemporaneamente industria civile, ricerca, università e settore della Difesa.

L'energia può quindi diventare un punto di incontro tra politica ambientale, politica industriale e politica di sicurezza. Non significa che PNRR e spesa militare debbano essere considerati la stessa cosa: il PNRR ha obiettivi e strumenti propri e la Difesa dispone di una programmazione autonoma. Significa piuttosto che esiste uno spazio di sovrapposizione nel quale investimenti pubblici differenti possono contribuire alla stessa esigenza strategica, quella di rendere il Paese meno vulnerabile.

A questo punto emerge la vera questione di policy: l'Italia dovrebbe continuare a gestire energia, ambiente e sicurezza attraverso politiche sostanzialmente separate oppure dovrebbe costruire un coordinamento più strutturato tra questi settori? La prima strada presenta il vantaggio della chiarezza delle competenze, ma rischia di lasciare scoperti proprio quei punti in cui le diverse politiche si sovrappongono. La seconda richiederebbe invece una maggiore integrazione tra Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Ministero della Difesa, amministrazioni territoriali, industria e mondo della ricerca. Una possibile direzione potrebbe essere quella di introdurre la resilienza energetica tra i criteri con cui vengono progettate e valutate le infrastrutture strategiche, affiancandola agli obiettivi tradizionali di costo, efficienza e sostenibilità. Un'altra potrebbe essere quella di utilizzare maggiormente i programmi di ricerca e innovazione per sviluppare tecnologie capaci di avere applicazioni contemporaneamente civili e strategiche.

In questo quadro, l'esperienza della Difesa può essere interessante proprio perché il Ministero ha già costruito una struttura dedicata alla sicurezza energetica e all'ambiente e considera esplicitamente la continuità dei flussi energetici e la protezione delle infrastrutture tra i propri obiettivi. Il problema, tuttavia, è evitare che la parola "resilienza" diventi soltanto un'etichetta politica. Perché una strategia sia realmente efficace occorre stabilire indicatori concreti: quanta energia può essere autoprodotta, per quanto tempo un'infrastruttura strategica può funzionare in caso di interruzione della rete, quali reti sono considerate critiche, quanto rapidamente possono essere ripristinati i servizi e quale sia il rapporto tra investimenti effettuati e riduzione della vulnerabilità. È su questi indicatori che dovrebbe concentrarsi una vera valutazione della policy.

Il caso del PNRR mostra dunque un passaggio importante nella politica italiana: ambiente, energia e sicurezza non sono più compartimenti completamente separati. La transizione energetica può diventare una componente della sicurezza nazionale, mentre la sicurezza energetica può diventare una delle ragioni per accelerare la transizione. La sfida politica dei prossimi anni sarà trasformare questa convergenza concettuale in una strategia coerente, evitando tanto di militarizzare la politica ambientale quanto di trattare la sicurezza energetica come una semplice questione tecnica. La vera partita si gioca sulla capacità dello Stato di costruire infrastrutture più efficienti, più autonome e più resilienti, facendo dialogare politiche che per troppo tempo sono state considerate separatamente. In questo senso il PNRR non rappresenta soltanto un programma di investimenti post-pandemico, ma può essere letto come uno dei terreni sui quali l'Italia sta ridefinendo il rapporto tra ambiente, energia e sicurezza nazionale.

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Alessia Bernardi

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Ambiente e Sviluppo

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PNRR transizione energetica difesa Geopolitica Infrastrutture strategiche