LA NUOVA GRANDE STRATEGIA AMERICANA
Lunedì 27 aprile, durante un discorso con alcuni studenti nella città di Marsberg, in Renania, il cancelliere Merz aveva dichiarato che gli Stati Uniti fossero entrati in guerra senza una strategia chiara su come uscirne, elogiando l’operato dei negoziatori iraniani, che starebbero “abilmente evitando di negoziare” lasciando gli americani senza niente in mano.
Parole, queste, che hanno scatenato le furie di Washington, in particolare di Donald Trump, già molto dubbioso sul fatto che i partner europei stessero apportando un qualche aiuto concreto alla situazione in Iran, e che come reazione aveva annunciato aver preso la decisione di ritirare migliaia di truppe statunitensi dalla Germania.
Dichiarazioni che in un primo momento potevano sembrare solo una delle tante sproporzionate reazioni del presidente statunitense, preso in contropiede da un attacco proveniente da un alleato, ma a cui Donald Trump ha dato poi effettivamente seguito, rimpatriando circa 5 mila truppe americane dalla Germania.
Questa decisione, se analizzata più a fondo, mette in luce alcune debolezze dell’impero statunitense. Washington starebbe progressivamente ridisegnando la propria grande strategia militare in virtù del fatto di non poter più sostenere simultaneamente più fronti strategici senza compromettere il proprio vantaggio competitivo.
La copertura militare statunitense in Europa rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’impalcatura dell’alleanza atlantica. Dal secondo dopoguerra, il maggior numero di truppe americane in Europa si trova in Germania (secondo paese al mondo dopo il Giappone), con 38 mila unità stanziate sul territorio e divise principalmente tra la base di Ramstein, la più grande base statunitense in Europa, e Stoccarda, dove si trovano il Comando Europeo degli Stati Uniti (EUCOM) e il Comando Africano degli Stati Uniti (AFRICOM), responsabili per le operazioni nei due continenti. La Germania è seguita dall’Italia, con circa 13 mila soldati e una decina di basi principali, dal Regno Unito, con 10 mila soldati in 24 basi e dalla Spagna, con quasi 4 mila soldati.
Dopo le critiche di Merz, Washington ha deciso di rispondere con un durissimo segnale alla Germania e agli alleati europei ritirando 5 mila truppe dal territorio tedesco.
Ma Trump non si è fermato lì. Pesante è stata infatti anche la minaccia del Presidente di far saltare l’accordo stipulato ai tempi delle amministrazioni Biden e Scholz tra Stati Uniti e Germania per il dispiegamento di missili da crociera a lungo raggio sul suolo tedesco. L’accordo, pensato per aumentare la capacità di deterrenza europea e per dare la possibilità a Berlino di difendersi da eventuali attacchi senza ricorrere ad un’ iniziativa nucleare, riguardava i missili Tomahawk, un elemento convenzionale (non nucleare) fondamentale per ogni arsenale. Inoltre, anche Spagna e Italia, hanno pagato le ire di Washington. Trump ha infatti criticato fortemente i due paesi, rei di non aver permesso alle forze americane di usare le loro basi e il loro spazio aereo per condurre operazioni contro l’Iran, definendo la Spagna “orribile” e attaccando duramente Giorgia Meloni asserendo che non fosse stata di nessun aiuto, e annunciando che potrebbe decidere di ridurre la presenza militare statunitense nei due paesi.
Ma perché Washington starebbe riorganizzando completamente la propria architettura militare nel mondo?.
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, l’ordine globale ha vissuto tre decenni di sostanziale unipolarismo. La caduta dell’unico grande rivale che gli potesse tenere testa, ha permesso a Washington di proiettare il proprio potere su scala globale garantendo agli Stati Uniti la possibilità di imbarcarsi in una serie di conflitti altamente asimmetrici in tutto il globo. Dal Kuwait, al Kosovo e dalla Guerra al Terrore alle primavere arabe, gli Stati Uniti hanno sempre gestito diversi fronti, anche contemporaneamente, portando avanti un assetto bellico caratterizzato da una superiorità militare e tecnologica senza precedenti.
Questo equilibrio starebbe però progressivamente volgendo al termine. L’egemonia statunitense è erosa da problematiche provenienti sia dall’interno che dall’esterno, soprattutto a causa dell’ascesa di nuove grandi potenze.
Tra queste quella che emerge di più è certamente la Cina: nel 1991, il suo PIL era di 2 trilioni di dollari (al netto dell'inflazione). Nel 2024, era aumentato del 1500% arrivando a 37 trilioni di dollari.
La mancanza di avversari comparabili durante gli ultimi tre decenni ha spinto gli Stati Uniti a dilatare fortemente la portata del proprio potere. Washington si è concentrata su conflitti periferici configurando il proprio esercito con una serie di mezzi che potrebbero non essere più in linea con i nuovi obiettivi che le nuove sfide internazionali impongono al Pentagono.
In più, l’avventurismo americano nel mondo ha comportato (e tuttora comporta) un dispendio colossale di risorse, sia umane che economiche. Gli Stati Uniti starebbero quindi riorganizzando la propria presenza in tutto il mondo per evitare di trovarsi coinvolti su più dossier senza avere un netto vantaggio in nessuno di essi.
Questo cambio di postura nella strategia statunitense sembra aver colpito anche quella regione che, proprio in virtù dell’ascesa cinese, da anni attira maggiormente l’attenzione del comando militare statunitense, l’Indo-Pacifico. A marzo di quest’anno, infatti, dalla Corea del Sud sono stati ritirati due sistemi anti-missili PATRIOT e uno THAAD destinati alla difesa del paese da un eventuale attacco nord-coreano. I due sistemi antibalistici sembrano essere stati spostati in Medio-Oriente a causa del conflitto con l’Iran, ma a Seoul sale la preoccupazione sul fatto che potrebbero non tornare a difendere la regione neanche alla fine della guerra.
Ad accompagnare questo stravolgimento militare nell’area, ci sono anche delle scelte politiche che non fanno ben sperare a chi a Washington teme l’ascesa di Pechino. Nell’ultimo anno, infatti, la Casa Bianca di Donald Trump ha allentato le restrizioni sulla vendita di semiconduttori alla Cina, aprendo la strada ad un potenziale vantaggio competitivo cinese sugli stessi Stati Uniti. Questo tentativo di accumulo di capitali in patria, poi, è stato accompagnato da un ulteriore alleggerimento politico per Washington. Durante le consultazioni tenutesi la scorsa settimana a Pechino tra Trump e Xi Jinping, il primo ha infatti ventilato l’idea di bloccare la vendita di armi a Taiwan. Mossa, questa, che potrebbe avere gravissime conseguenze per Taipei, sul quale la Cina non ha mai mollato la presa, ma anche per l’Europa e gli USA stessi, dato che il paese è il maggior produttore ed esportatore di chip del mondo e se diventasse dominio cinese, questi ultimi deterrebbero un potere contrattuale a senso unico.
Altra prova che avvalorerebbe la tesi su un evidente gap tra i nuovi obiettivi e i mezzi di cui Washington dispone sono la Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) e la Strategia di Difesa Nazionale (NDS) stilate tra 2025 e 2026. Entrambe, infatti, prevedono un programma di rivitalizzazione nazionale spostando l’assetto degli sforzi statunitensi dall’Europa e dal Medio-Oriente verso il continente americano, più centrale per la sicurezza interna statunitense. Non bisogna infatti dimenticare che l'amministrazione Trump ha ridotto la presenza di truppe statunitensi in Siria, tagliato gli aiuti militari all'Ucraina e ridotto su larga scala la spesa per gli aiuti esteri e le istituzioni internazionali.
Se portata avanti nei prossimi anni, questa strategia lascerebbe dei buchi di influenza in teatri già instabili dove altre potenze straniere si potrebbero facilmente inserire. Se da un lato questo tipo di dinamica potrebbe indebolire i rivali statunitensi portandoli a cadere nella tentazione di perseguire conflitti periferici sovraestendendo a loro volta la propria proiezione militare, dall’altra lascerebbe a nazioni con limitata esperienza nella gestione di crisi l’amministrazione di zone già sensibili, rischiando di aggravare situazioni in corso. Questo tipo di dinamica si è parzialmente manifestata in Mali quando, dal ritiro delle truppe francesi nel 2021, il paese è sprofondato nel caos più totale, evidenziando l’incapacità degli Afrika Korps russi, subentrati ai francesi, di mantenere la sicurezza.
La trasformazione della presenza militare e politica statunitense sembra rappresentare il tentativo di adattare la strategia americana ad un sistema internazionale che verte sempre di più verso il multipolarismo. Tuttavia, un cambio così netto rischia di creare buchi di influenza che altre potenze potrebbero sfruttare, aumentando l’instabilità globale e mettendo alla prova la capacità dei partner, i quali, compresi quelli della regione indo-pacifica, non dispongono di un punto di riferimento alternativo per la sicurezza regionale.